Il Vinitaly di Verona, che si è aperto sabato 6 aprile 2013 al Palazzo della Gran Guardia, nel centro della città scaligera, con l’anteprima Vip di “Opera Wine” organizzata dalla rivista americana “Wine Spectator”, offre due volti dell’enologia italiana: le famiglie “storiche” che producono vino da secoli e sono famose nel mondo e i giovani viticoltori “naturali” che cercano di fare bottiglie “libere” e “pulite”, sia in cantina sia in vigna. Sono due squadre “nazionali”, ciascuna di cento componenti, che bene rappresentano il tesoro del “Made in Italy”nel bicchiere. Convivono, non si fanno la guerra, hanno un futuro entrambe.

Come ogni anno il Vinitaly è una grande e confusa kermesse dove trovi di tutto: le modelle vestite da pin-up che cercano di attirare vocianti ragazzini già alticci alle quattro del pomeriggio in stand rutilianti, i seri importatori venuti da tutto il mondo per assaggiare le nuove annate delle etichette tricolori, i migliori winemaker che con passione, nonostante la crisi, tirano avanti rimboccandosi le maniche e progettano un ennesimo viaggio all’estero per piazzare le loro bottiglie. Magari verso il Far East, per far capire ai cinesi che il Barolo e il Brunello di Montalcino non sono da meno di in Bourgogne o un Bordeaux francesi.

Dopo l’anteprima di sabato con Opera Wine, appuntamento chic alla Gran Guardia, in centro della città scaligera, organizzato dalla rivista “Wine Spectator” e un primo giro alla Fiera di Verona per gli enormi stand del Vinitaly, mi pare di poter registrare un’impressione “a caldo”, oltre a quanto ho già scritto sul mio blog de La Stampa, sul quotidiano Leggo e sul canale Wine & Food de L’Espresso: ci sono due grandi “squadre” di winemaker italiani, al momento. Sono cento più cento. Il primo gruppo è quello invitato dal magazine americano per “Finest Italian Wines – 100 great producers”: le grandi famiglie conosciute in tutto il mondo, firme con secoli di storia alle spalle come i Frescobaldi o gli Antinori, o più recenti come i Gaja e Pio Cesare, con tante donne del vino a fare da protagoniste, come Marilisa Allegrini (eletta presidente delle Famiglie dell’Amarone d’Arte), Josè Rallo di Donnafugata, Anna Abbona della Marchesi di Barolo, le sorelle Charrere della Valdostana Les Cretes. Il secondo gruppo è quello ospitato nel Padiglione 11 per ViViT, (Vigne, Vignaioli e Terroir): altri cento “poeti del vino”, si potrebbe definirli, che rifuggono dalla chimica nei vigneti e in cantina, producono vini autoctoni legati al territorio d’origine, cercano di ridurre l’anidride solforosa (che fa venire il mal di testa) e in sostanza si dedicano al biologico e al biodinamico. Tra di loro tanti ragazzi pieni di passione, con etichette poco conosciute – per ora – e storie personali ricche, recenti, ma vivaci. La più famosa è una ragazza siciliana di trent’anni, Arianna Occhipinti, che ha portato qui a Verona anche il suo libro “Natural Woman”, edito da Fandango, che è il racconto del suo percorso come enologa e come produttrice.

Come si può intuire, le due “nazionali” del vino italiano sono quanto di più diverso tra loro si possa immaginare. I “great producers” sono affermati e conosciuti, esportano il 70 o 80 per cento della loro produzione, hanno importatori e consociate all’estero. Indossano completi antracite gli uomini e tailleur alla moda le signore. Hanno depliant e biglietti da visita. I “vigniaioli” artigiani sono attorniati da giovani stranieri e da blogger entusiasti, hanno banchetti un po’ confusi e spesso hanno finito le brochure dell’azienda, magari non ce l’hanno affatto e indossano t-shirt e jeans. Negli occhi dei winemakers di tutti i due gruppi, però, ho visto brillare la stessa passione, lo stesso ottimismo per il futuro della cantina e dell’enologia tricolore. Con un senso di smarrimento comune, piuttosto, per un’Italia che non sa fare squadra: non soltanto in politica, per dare una guida al Paese, ma anche nella promozione delle nostre perle enogastromomiche, a differenza dei francesi, per esempio. Chissà che queste due “squadre” così belle e così diverse non riescano a insegnare all’Italia intera a fare finalmente squadra. Per il bene comune, per il made in Italy, per la voglia di futuro.

Anche quest’anno non mancano al Vinitaly i grandi chef, presentano i loro piatti nel “Ristorante d’autore” al primo piano del PalaExpo in Fiera: Piero Bertinotti del ristorante Pinocchio di Borgomanero (No), Massimo Spigaroli dell’Antica Corte Pallavicina di Polesime Parmense, Enrico Bartolini del Devero Hotel di Cavenago di Brianza, Fabio Baldassare dell’ Unico di Milano. I Fratelli Berlucchi e Donnafugata organizzano un gemellaggio enogastronomico tra la cassata siciliana rivisitata al Saten Franciacorta e il formaggio simbolo della Lombardia, la Rosa Camuna, in abbinamento al SurSur di Sicilia, nuovo bianco di Donnafugata da Grillo in purezza. E poi c’è una star della Nuova Cucina Italiana, lo chef abruzzese Niko Romito, da Castel di Sangro, che nello stand della cantina Villa Medoro, ospite di un’altra donna del vino, Federica Morricone, propone i suoi piatti semplici e gustosi: aspretto di pomodoro, minestra di piselli e vongole, capocollo di maiale con salsa al limone e maionese di patate. Abbinato al Pecorino e al Trebbiano di Villa Medoro e a un sorprendente Montepulciano d’Abruzzo, che brilla per freschezza aromatica e per un ottimo rapporto qualità/prezzo.

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