CENA FUTURISTA CON FILLÌA !!! A TORINO

Torna a Torino una cena futurista. Un nostro sogno che diventa realtà grazie alla disponibilità della famiglia Bello, del cuoco Luca Taretto, del “miscelatore” Federico Genta e del “guidapalato” Simone Servi. L’eccezionale serata fa parte del programma “Pagine di storia a tavola” da noi curato presso l’elegante ristorante La Cloche 1967, sulla collina torinese. Dopo questo convivio dedicato al pittore futurista Fillìa (sabato 23 marzo 2019), proseguiremo con il finanziere e mecenate Riccardo Gualino in veste di “cioccolatiere” (sabato 13 aprile), per concludere con Mario Soldati (del quale ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa) sabato 18 maggio.

La cena futurista del 23 marzo si annuncia come un avvenimento eccezionale, con una presentazione del movimento artistico, unica avanguardia italiana nel panorama europeo, da parte del critico de La Stampa Angelo Mistrangelo, con una “listavivande” tratta dal libro La cucina futurista pubblicato nel 1932 da Fillìa e Marinetti, con abbinamenti di “polibibite” e il rispetto delle regole per un “pranzo perfetto” secondo il Manifesto della cucina futurista pubblicato il 28 dicembre 1930 sulla Gazzetta del Popolo: “un’armonia originale della tavola coi sapori e colori delle vivande” e una “originalità assoluta delle vivande”.

Il Manifesto aveva l’intento di adeguare la tradizione culinaria italiana al mito della velocità e della modernità propugnato da Filippo Tommaso Marinetti e dai suoi accoliti, artisti e intellettuali coccolati dal fascismo. I firmatari proposero – tra grandi polemiche – «l’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana». Così i «bocconi simultanei», i «complessi plastici saporiti», la musica e la poesia come ingredienti, la curiosità e la fantasia entrarono di prepotenza tra i fornelli tricolori, senza però lasciarne una traccia duratura. Forse la provocazione era eccessiva, l’azzardo intempestivo, tanto che soltanto l’alta cucina d’avanguardia, nei piatti molecolari, ha ripreso ottant’anni dopo alcune di quelle intuizioni.

Torino fu al centro di questa esperienza, non soltanto per il quotidiano sul quale pubblicarono il loro Manifesto, ma anche perché il primo ristorante dichiaratamente futurista, anche nell’arredamento – progettato da Nicolaj Diulgheroff – aprì in città l’8 marzo 1931, in via Vanchiglia, con una cena di gala alla quale fece da speaker ufficiale un pittore cuneese, Luigi Colombo (1904-1936), che firmava i suoi poetici quadri con il cognome della madre, Fillìa.

Tra polibibite (le parole straniere come cocktail furono bandite), traidue (il sandwich), placafame (gli attuali snack) e il peralzarsi (il dessert) alla Taverna del Santo Palato si consumò una cena delle meraviglie, con piatti poli sensoriali e accostamenti di gusto inusuali. Pietanze che rivivranno, senza eccessi, nella interpretazione dello chef Luca Taretto.

Clara e Gigi Padovani

[Nella foto: uova divorziate; i modellini sono un’evocazione dell’Aeropittura di Fillìa e delle Aerovivande]
[Fillìa: “Mistero aereo”, 1931]

Ristorante La Cloche 1967, Strada Traforo del Pino 106, Torino
Info e prenotazioni: +39.335.7712247 – +39.011.899.02.16
Costo per persona della cena: 50 euro, vini compresi
www.lacloche1967.it

LISTAVIVANDE

Benvenuto dello chef Luca Taretto e della famiglia Bello sorseggiando in allegria la polibita Giostra d’alcol (Barbera, Campari, Cedrata), stuzzicando l’appetito con:

Scoppio in gola
(Parmigiano-Reggiano, Marsala)
Tra i due
(pane, acciughe, mele, salame cotto)
Dolceforte
(pane, burro, senape, acciughe, banane)
Placafame
(prosciutto, salame crudo, cetrioli, olive, tonno, funghi sottaceto, carciofini, acciughe, ananas, burro)
Antipasto intuitivo
(arancio, salami, burro, funghi sottaceto, acciuga, peperoncini verdi)
Uova divorziate
(uova sode, patate, carote)

Alle ore 21:00 gli ospiti si siederanno a tavola vivendo l’esperienza dell’Aerovivanda, tra profumi, rumori, musiche Anni ‘30 suonate dal maestro Gian Maria Violante
Il critico Angelo Mistrangelo presenterà Fillìa e il movimento artistico del futurismo Narrazioni gastronomiche di Clara e Gigi Padovani


Vitello ubriacato (antipasto)
(carne di vitello, mele, noci, pinoli, spezie, Asti spumante)
Risotto Trinacria (primo)
(riso, tonno, pomodoro, olive, mandarini)
Compenetrazione (secondo)
(sanato di vitello, piselli, salsa di pomodoro, mela, prosciutto, frutto candito)
Fragola mammella (peralzarsi)
(ricotta, Campari, fragola)
Bevande: Polibibite a sorpresa, birra, vino


UFFICIO STAMPA
La cultura dell’evento
www.culturadellevento.com
info@culturadellevento.com
Elisa Avataneo +39 334 2019058

Il Festival del Vermouth di Torino a FICO

Dopo i successi del #noccioladay a dicembre 2018 e del Salone del Torrone in febbraio, abbiamo organizzato un’altra rassegna a FICO Eataly World: nel weekend dall’8 al 10 marzo si svolgerà il Festival del Vermouth di Torino, in collaborazione con l’Istituto presieduto da Roberto Bava.Sarà una tre giorni dall’intenso programma dedicato alla storia, agli ingredienti, agli abbinamenti (anche inusuali, come le nocciole o il cioccolato) di questo prezioso monumento dell’enologia italiana e piemontese, con masterclass sulle erbe officinali, una mostra, degustazioni e libri sul più antico vino aromatizzato italiano.

Ha tre secoli di storia, ma sta conoscendo una nuova giovinezza, in una rinascita di interesse che ha coinvolto i bartender in tutto il mondo e gli appassionati dell’ora dell’aperitivo. E’ il Vermouth di Torino, il più famoso vino aromatizzato italiano, che nasce alla fine del Settecento nelle botteghe dei liquoristi della capitale sabauda per conquistare rapidamente tutto il mondo. Un orgoglio italiano che rischiava di essere dimenticato, schiacciato da nuove mode globalizzate.

Ora si lega nuovamente al territorio nel quale è nato, grazie al lavoro di un gruppo di appassionati e alla nascita dell’Istituto del Vermouth di Torino, al quale hanno aderito 18 aziende: praticamente quasi tutti i marchi più prestigiosi che lo producono. Accanto alle grandi multinazionali sono nati piccoli produttori artigianali che ricercano erbe e aromi particolari per offrire vermouth di alta qualità. Le aziende che hanno aderito all’Istituto sono Berto, Bordiga, Calissano, Carlo Alberto, Carpano, Casa Martelletti, Chazalettes, Cinzano, Cocchi, Del Professore, Drapò, Gancia, La Canellese, Martini Riserva Speciale, Peliti’s, Sperone, Tosti, Vergnano.

Con il decreto 1826 del 22 marzo 2017 il Ministero delle Politiche Agricole ha approvato il disciplinare per la Indicazione geografica a protezione dell’originalità del Vermouth di Torino, che si distingue dagli altri aperitivi per lavorazione e ingredienti specifici e ora si attende il via libera definitivo di Bruxelles.

Ecco le principali iniziative del Festival del Vermouth di Torino, a Fico Eataly World.

LA MOSTRA «QUATTRO PASSI NEL VERMOUTH»

Durante il Festival sarà ospitata a FICO, nella zona dell’Arena Centrale, la mostra dal titolo «Quattro passi nel Vermouth. Storia del vino speziato più famoso al mondo», curata daAssociazione culturale Kores e Sapere Bere. In grandi pannelli, l’esposizione illustra un percorso che consente di conoscere l’evoluzione della storia del vermouth.

MASTERCLASS «ESPERIENZA VERMOUTH®

È un format in cui i partecipanti scoprono la cultura del Vermouth e ne ricostruiscono le vicende storiche e le erbe aromatiche da cui è composto, per poi passare alla creazione di Vermouth personalizzati con erbe. spezie, vino base e tutto il necessario per realizzare la propria ricetta. Creato da Fulvio Piccinino, che ha presentato la sua masterclass con grande successo in diverse città italiane ed europee, il laboratorio approda per la prima volta a Bologna nel parco agroalimentare FICO Eataly World. La partecipazione è a pagamento, su prenotazione.

BASTA ARACHIDI! NOCCIOLA ITALIANA PER L’APERITIVO

L’Associazione Nazionale Città della Nocciola, con il suo direttore Irma Brizi, presenta un abbinamento innovativo con il Vermouth di Torino: i preziosi piccoli frutti provenienti dalla tre aree a tutela di indicazione geografica, tostati e salati e insaporiti con spezie. I produttori presenti a FICO presenteranno la Nocciola Igp Piemonte e la Giffoni Igp con particolari preparazioni per degustarla con l’aperitivo classico di Torino. Per l’occasione lo chef Carlo Amoroso, da Giffoni Sei Casali (Sa) si esibirà in uno show cooking per dimostrare le potenzialità di gusto delle nocciole salate e “saporite”.

IL GRANDE LIBRO DEL VERMOUTH DI TORINO

Durante il Festival sarà presentato il testo scientifico definitivo su questo classico prodotto piemontese, un volume riccamente illustrato curato da Giusi Mainardi e Pierstefano Berta: quest’ultimo sarà presente a FICO per illustrare i contenuti de Il grande libro del Vermouth di Torino (Oicce). Lo studio si dipana in dodici capitoli, curati da diversi esperti.

VERMOUTH & CIOCCOLATO

Tra vino e cioccolato ci sono affinità elettive nell’arte della degustazione e dell’analisi sensoriale, ma non sempre negli abbinamenti: i tannini sono in agguato e in genere bisogna limitare il connubio a certi passiti e ai vini “fortificati” con alcol. Il matrimonio con il Barolo Chinato è ormai un classico, ma anche un buon Vermouth di Torino dai toni più sweet, con un infuso di spezie a base di artemisia, china calissaia, arancio amaro e rabarbaro si adatta molto bene alle tonalità suadenti di un cioccolatino extra fondente al 75% e 100% di piantagione selezionata o incontrando un armonioso gianduiotto alle nocciole Piemonte Igp e cremosi cacao del Venezuela. Guiderà la degustazione il direttore creativo di Venchi, Giovanni Battista Mantelli.

Clara e Gigi Padovani


IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL
A cura di Clara e Gigi Padovani

VENERDÌ 8 MARZO 2019

  • Ore 11:00 / 22:00 – Nei bar di FICO (Bell’Italia, Fantini Club, Cocktail bar e Bici Bar) degustazioni a prezzo speciale di Vermouth di Torino
  • Ore 20:30 – Esperienza Vermouth®

Aula Levante, a cura di Fulvio Piccinino
Masterclass a pagamento 28 € a persona
Prenotazioni su: www.eatalyworld.it/it/masterclass-vermouth

SABATO 9 MARZO 2019

  • Ore 11:00 / 22:00 – Nei bar di FICO (Bell’Italia, Fantini Club, Cocktail bar e Bici Bar) degustazioni a prezzo speciale di Vermouth di Torino
  • Ore 11:00 – Esperienza Vermouth®

Aula Levante , a cura di Fulvio Piccinino
Masterclass a pagamento: 28 € a persona
Prenotazioni su: www.eatalyworld.it/it/masterclass-vermouth

  • Ore 14:30 – I vermouth incontrano le olive ascolane

A cura di Istituto Vermouth di Torino, con abbinamento di olive ascolane di La Campofilone.
Coordinano: Gigi Padovani e Fulvio Piccino; partecipa Vittoria Rossi di La Campofilone
Aula Levante: evento gratuito, prenotazioni su:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-festival-del-vermouth-laboratori-gratuiti-57388273872

DOMENICA 10 MARZO 2019

  • Ore 11:00 / 22:00 – Nei bar di FICO (Bell’Italia, Fantini Club, Cocktail bar e Bici Bar) degustazioni a prezzo speciale di Vermouth di Torino
  • ORE 11:30 – La rinascita del vermouth di Torino

Arena Centrale di FICO Eataly World con diretta Facebook
Gigi Padovani coordina l’incontro con:
Roberto Bava, presidente dell’Istituto del Vermouth di Torino
Pierstefano Berta, autore de Il grande libro del Vermouth di Torino (Oicce)
Duccio Caccioni, coordinatore scientifico della Fondazione FICO
L’evento sarà inserito nel canale webinar di Fondazione FICO e sarà fruibile nei contenuti della Digital Foodpedia della Fondazione.

  • Ore 12:30 No arachidi! Sì nocciola italiana con l’aperitivo

Organizzato con l’Associazione Nazionale Città della Nocciola (che raccoglie 270 Comuni italiani dal Piemonte alla Sicilia)
Partecipano:
Irma Brizi, direttore Associazione Nazionale Città della Nocciola
Clara Vada Padovani, scrittrice e narratrice gastronomica
Show cooking dello chef Carlo Amoroso, di Giffoni Sei Casali (Sa) per la preparazione delle nocciole
Con degustazione gratuita di Vermouth di Torino offerta dall’Istituto in abbinamento con nocciole “saporite” e salate dal Piemonte (Azienda Casa Marianin, Castagnole delle Lanze, At e dalla Campania (Amoroso, Giffoni Sei Casali, Sa)

  • Ore 16:00 – Cioccolato e Vermouth

Un abbinamento insolito tra il Vermouth Storico Cocchi e il Barolo Chinato Cocchi con il cioccolato Venchi. Partecipano Giovanni Battista Mantelli, direttore creativo di Venchi e Roberto Bava di Cocchi
Coordinano Clara e Gigi Padovani
Aula Levante: evento gratuito, prenotazione su 
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-festival-del-vermouth-laboratori-gratuiti-57388273872

MEDIA KIT ON LINE CON FOTO scaricabile a questo link: 
http://bit.ly/vermouth_FICO
Ufficio Stampa FICO Eataly World: 
media@eatalyworld.it
tel. +39 051 0029102

La storia in tavola a La Cloche 1967 di Torino

Ha scritto Giuseppe Prezzolini che «gli spaghetti sono l’espressione del genio collettivo del popolo italiano». Se è vero che un popolo si identifica con la sua storia, ora noi ci specchiamo felicemente nelle nostre tavole. Dietro ogni piatto c’è un territorio, una tradizione, dei prodotti tipici.

Un cuoco, Vialardi, un pittore, Fillia, un imprenditore, Gualino, e uno scrittore, Soldati, ci aiuteranno a sfogliare queste pagine di storia a tavola.

Torino ha contribuito a costruire l’identità nazionale e anche quella gastronomica,  attraverso i cuochi di Casa Savoia, che hanno fatto diventare italiani i piatti ideati da grandi chef francesi.

Prima di Pellegrino Artusi, unificatore nazionale delle tradizioni regionali culinarie, fu Giovanni Vialardi, cuoco formatosi nelle cucine torinesi di Palazzo Reale, a dare alle stampe nel 1854 il primo ricettario destinato alle case borghesi. Molti anni dopo, nel 1934, nella Taverna del Santo Palato a pochi passi da piazza Vittorio Veneto, furono i futuristi, unico movimento artistico italiano noto in tutto il mondo, a battezzare piatti innovativi e poli sensoriali che oggi ci ricordano le esperienze di tanti chef contemporanei. E come dimenticare che il capoluogo sabaudo fu capitale del cioccolato per almeno due secoli, fino all’avventura della Unica, poi diventata Venchi Unica, fondata dal grande imprenditore Riccardo Gualino, al quale la città dedicherà quest’anno un’importante mostra. Nel 1957 la gastronomia approda sugli schermi televisivi grazie allo scrittore torinese Mario Soldati con il suo programma Viaggio lungo la Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini: nel 2019 se ne ricorderà il ventennale dalla morte.

Il cuoco Vialardi, il pittore futurista Fillia, l’imprenditore Gualino e lo scrittore Soldati sono quattro personaggi piemontesi che ci permettono di ricostruire una narrazione gastronomica inedita, che dalla storia arriva nel piatto attraverso le abili mani dello chef Luca Taretto, approdato da un anno al ristorante La Cloche 1967, un locale della grande tradizione torinese gestito con il consueto savoir faire dalla famiglia Bello.

  • Giovedì 28 febbraio 2019
  • Sabato 2 marzo 2019
  • Martedì 5 marzo 2019

Il Fritto Misto alla tavola di Casa Savoia: Giovanni Vialardi

Nel suo Trattato di cucina pubblicato nel 1854, Giovanni Vialardi, aiuto capocuoco di Casa Savoia, dedica quasi quaranta pagine, nel capitolo quinto, alle «fritture», che non «convengono agli stomachi deboli, però quelle ben fattesi digeriscono facilmente». Il fritto misto è una delle pietanze più tipiche del Piemonte, solitamente adottata nei pranzi di ricorrenza o nelle feste importanti. Nell’assortimento degli ingredienti e nel contrappunto dei sapori e delle consistenze è il segreto di questo monumento della nostra gastronomia, uno dei pochi piatti che accomuna sia la cucina contadini che quella di Corte, come dimostra il ricettario di Vialardi.

La prima tappa di questo percorso ideato da Clara e Gigi Padovani parte dal cusiné dël re nato a Salussola, nel Biellese, nel 1804 e assunto a palazzo da Carlo Alberto. Per trent’anni fu al servizio dei Savoia e quando andò in pensione volle condividere il suo sapere scrivendo un libro che è stato definito di «cucina sociale». E sorprendentemente, tra i piatti per i bambini propose le patate fritte ….  Sarà poi un altro “cuoco del re”, Amedeo Pettini, a regalarci la ricetta del “fritto all’italiana” nel suo trattato, più volte ristampato, pubblicato negli Anni ’20 del Novecento.

A Carnevale ogni fritto vale. Ecco l’interpretazione dello chef Luca Taretto: menu (con possibilità di prenotazione in tre serate, dal giovedì al martedì grasso)

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Amouse Bouche: Crudité di Stagione, Insalata Russa

Altalanga Brut Metodo classico

Vitello in salsa Tonnata con insalatine di Giardino      

Fritto misto  della tradizione Piemontese

Impanata  di Vitello, Pollo e Cavolfiore; Impanata di Maialino e Zucchina dorati;  Carotine in padella, Salsiccia, Fegato e Patatine fritte; Impanata di Agnello, Cervella, Filone e Carciofo dorato; Frittura dolce:   Semolino, Mela e Amaretto

Sorbetto “Colonel”

         Dessert    

Caffè, Bugie “Maison”, Friandises

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In cucina lo chef Luca Taretto

Programma e narrazione gastronomica di Clara e Gigi Padovani

Ristorante La Cloche 1967, Strada Traforo del Pino 106, Torino

Info e prenotazioni: +39.335.7712247 – +39.011.899.02.16

Costo: 50 euro, vini compresi

  • Sabato 23 marzo 2019

Alla Taverna del Santo Palato con Fillia e la Cucina Futurista

Sulla Gazzetta del Popolo il 28 dicembre 1930 fu pubblicato il «Manifesto della cucina futurista» con l’intento di adeguare al mito della velocità e della modernità propugnato da Filippo Tommaso Marinetti e dai suoi accoliti, artisti e intellettuali coccolati dal fascismo, anche la tradizione culinaria italiana. I firmatari proponevano – tra grandi polemiche – «l’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana». Così i «bocconi simultanei», i «complessi plastici saporiti», la musica e la poesia come ingredienti, la curiosità e la fantasia entrarono di prepotenza tra i fornelli tricolori, senza però lasciarne una traccia duratura. Forse la provocazione era eccessiva, l’azzardo intempestivo, tanto che soltanto l’alta cucina d’avanguardia, nei piatti molecolari, ha ripreso ottant’anni dopo alcune di quelle intuizioni.

Torino fu al centro di questa esperienza, non soltanto per il quotidiano sul quale pubblicarono il loro Manifesto, ma anche perché il primo ristorante dichiaratamente futurista, anche nell’arredamento – progettato da Nicolaj Diulgheroff – aprì in città l’8 marzo 1931, in via Vanchiglia, con una cena di gala alla quale fece da speaker ufficiale un pittore cuneese, Luigi Colombo (1904-1936), che firmava i suoi poetici quadri con il cognome della madre, Fillìa.

Tra polibibite (le parole straniere come cocktail furono bandite), traidue (il sandwich), poltiglie (il purè) il peralzarsi (il dessert) alla Taverna del Santo Palato si consumò una cena delle meraviglie, con piatti poli sensoriali e accostamenti di gusto inusuali, come il Carneplastico, il PolloFiat, il Brodo solare e altri. Pietanze che rivivranno, senza eccessi, nella interpretazione dello chef Luca Taretto.

  • Sabato 13 aprile 2019

Riccardo Gualino cioccolatiere: dall’antipasto al dolce con il Cibo degli Dei

Imprenditore, finanziere, banchiere, mecenate e letterato, Riccardo Gualino (Biella, 1879 – Firenze 1964) fu una figura di spicco nella vita sociale torinese della prima metà del Novecento, caduto poi per molti anni nell’oblio. Tra poco una grande mostra a Palazzo Chiablese ripercorrerà la vita, non soltanto con le collezioni d’arte che ha lasciato alla città, ma anche mettendo in luce le sue molteplici attività manageriali, teatrali, sociali.

Pochi lo ricordano come industriale dolciario, ma Gualino nel 1924 tentò di far decollare la Unica (Unione Nazionale Industrie Cioccolato e Affini), con un grande stabilimento in corso Francia, riunificando diversi marchi già esistenti (come Moriondo & Gariglio e Talmone). La sua missione fu quella di far conoscere a tutti gli italiani le meraviglie del cioccolato “democratico” alla portata di ogni portafoglio. Il suo sogno fallì, si infranse nel 1931 con un tracollo finanziario e con l’invio al confino da parte del fascismo. Il suo marchio si unificò nel 1934 con un’azienda prima concorrente, diventando Venchi-Unica.

Dopo 70 anni la Venchi è risorta e naviga nel mondo a gonfie vele, con lo stabilimento nel Cuneese e una linea di tavolette monorigine da cacao pregiati. Lo chef Luca Taretto, usando i loro prodotti, propone una cena a tutto cioccolato, dall’antipasto al dolce, che stupirà senza cercare eccessi, in un’armonia di sapori che sarebbe piaciuta a una coppia di bon vivant come Gualino e la moglie Cesarina Gurgo Salice.

  • Sabato 18 maggio 2019

Viaggio nella Valle del Po con Mario Soldati a vent’anni dalla morte

Quel reportage, trasmesso in dodici puntate tra la fine del 1957 e l’inizio del 1958, segnò l’esordio della narrazione gastronomica in televisione. A volerla fu Mario Soldati (Torino 1906 – Tellaro 1999) eclettico scrittore, giornalista, regista e gastronomo, che avvertì – già allora, si potrebbe dire oggi – l’esigenza di non disperdere il patrimonio delle tradizioni culinarie italiane. La trasmissione si intitolava Viaggio nella Valle del Po alla ricerca di cibi genuini e fu interamente girata in esterni, con osti, artigiani, contadini che raccontavano le loro piccole produzioni, contrapposte a quelle dell’industria alimentare che incominciava ad affacciarsi nell’Italia della ripresa economica dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Soldati comprese che il cibo prodotto da quelle comunità rurali era – e rimane – alla base dell’identità di una nazione. Nei suoi scritti successivi, come Vino al vino e in tanti resoconti di viaggi nella pianura padana raccolti nell’antologia Da leccarsi i baffi, Soldati raccomanda di conoscere i territori e le persone che danno origine a cibi e bottiglie, unico modo per poterli apprezzare fino in fondo. Rimase famosa la sua “frittata rognosa”, come tanti piatti saporiti e autentici che descrisse nei suoi articoli. Lo chef Luca Taretto ne proporrà un’antologia rivisitata in chiave moderna e più leggera.

Il torrone unisce l’Italia a FICO Eataly World

Friabile o morbido, con le nocciole o con le mandorle, confezionato da abili artigiani con bianco d’uovo, zucchero e miele, il torrone è da sempre il dolce del Natale. Ma perché non godere di una golosità così irresistibile nel resto dell’anno? Il torrone è una specialità che racconta l’Italia. Dopo il successo del #noccioladay che abbiamo curato a dicembre 2018, il calendario dei nostri eventi 2019 si apre ancora nel parco agroalimentare FICO Eataly World di Bologna: sabato 9 e domenica 10 febbraio, il prossimo weekend,  si svolgerà il primo “Salone del Torrone”, con Cremona città ospite e maestri torronai provenienti da diverse regioni: Piemonte, Lombardia, Abruzzo, Marche, Campania,  Calabria, Sicilia.

Siamo lieti di guidare i laboratori dedicati alle varie specialità provenienti da tutta Italia: torroni di ogni tipo, torroncini, cupeta, croccanti e tante altre specialità tipiche e a volte sconosciute si potranno degustare e acquistare nel mercato intorno all’Arena Centrale. Con noi, nei laboratori di FICO, ci saranno la panel tester Irma Brizi, direttore dell’Associazione Nazionale Città della Nocciola e la maestra cioccolatiera Giulia Capece.

La Città di Cremona, rappresentata dall’assessore Barbara Manfredini, sarà l’ospite d’onore della manifestazione, con la partecipazione dell’organizzatore della Festa del Torrone, Stefano Pellicciardi (Sgp Events). La tradizione vuole che il dolce sia stato creato nella città lombarda nel 1441 in occasione del matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. Non vi sono conferme storiche sull’episodio, ma vi esistono documenti secondo i quali a metà del XVI secolo il torrone era già uno dei prodotti tipici della città. Da Cremona saranno presenti le storiche aziende che ne hanno fatto la capitale industriale e artigianale del torrone, nate da metà Ottocento e inizi del Novecento, con le loro specialità morbide o friabili: FieschiRivoltini, Sperlari e  Vergani.

Questo primo “Salone del Torrone” vuole essere l’occasione per tanti borghi per far conoscere le loro specialità gastronomiche, ma anche le bellezze del paesaggio e dell’arte italiana. Durante il week end, nelle aule-laboratorio Levante e Ponente, accessibili dalla Piazza del Futuro di FICO a Bologna, si alterneranno i produttori in golosi #torronlab gratuiti, prenotabili qui

https://www.eatalyworld.it/it/festa-del-torrone

Ecco l’elenco degli artigiani ospiti dei #torronlab che condurremo a FICO

PIEMONTE: il Maestro del Gusto di Slow Food Giovanni Scalenghe (che produce un torrone biologico), di Trofarello (To); i produttori di nocciole Terre Bianche di Castagnole delle Lanze (At) dell’azienda agricola Romagnolo; la storica torroneria D.Barbero (fondata nel 1883) di Asti, con Davide Maddaleno.

ABRUZZO: Natalia Nurzia della Fratelli Nurzia di L’Aquila, che riaprì il suo negozio nel centro storico subito dopo il tragico terremoto dell’aprile 2009; la Pasticceria Lullo, di Guardiagrele, famosa per le “sise della monache”, presenterà le sue tipiche barrette.

MARCHE: Casa Francucci di Camerino (Mc)

CAMPANIA: dall’Irpinia il Torronificio del Casale di Ospedaletto (Av), con  le sorelle Paola eStella Ambrosone.

CALABRIA: da Bagnara Calabra (Rc), l’unica specialità che dal 2014 può fregiarsi della Igp,Maria Cardone; da Tarianuova (Rc) la Torroneria Murdolo,con i titolari Francesca eGiovanni Murdolo.

SICILIA: da Caltanissetta la produttrice Giuliana Geraci, dell’antica azienda Geraci, fondata nel 1870.

Addio a Portinari: ideò il nome “Slow Food”

Era un grande intellettuale d’altri tempi, Folco Portinari. Ironico, colto al limite dell’erudito, gran gourmet ma appartato. Era scrittore, saggista, poeta e docente universitario, un pioniere della televisione nella Rai degli anni ’50. A lui si deve, con Carlo Petrini, la stesura del Manifesto dello “Slow-Food”, pubblicato da “il manifesto” nel novembre 1987. All’Osteria dell’Unione di Treiso (Cn), con Carlin inventò il termine “Slow Food” in contrapposizione alla “fast life”. E’ mancato a Milano l’11 gennaio 2019. Aveva 92 anni, era nato a Cambiano (To) l 25 gennaio 1926 e dal 1977 risiedeva a Milano. Con autoironia si era definito, in una intervista che mi concesse mentre scrivevo con Carlin la storia del movimento della chiocciola, il “Soldato Nemecsek in mezzo ai governatori”, quando decise di non partecipare come dirigente alla vita di Slow Food. Addio, Ernő (da i “Ragazzi della via Pal”).

Mi ha raccontato come nacque Slow Food e trascrivo il passaggio dal libro “Slow Food. Storia di un’utopia possibile” pubblicato da Slow Food Editore e Giunti.

Il manifesto dello Slow Food pubblicato da “Il Manifesto” nel nel novembre 1987 Fu scritto da Folco Portinari, scomparso il 12 gennaio 2019 a 92 anni. Mi raccontò come che scrisse il manifesto e ideò il nome, con Carlo Petrini. L’ho scritto nel libro libro “Slow Food. Storia di un’utopia possibile”, scritto da Carlo Petrini e Gigi Padovani. Edito da Slow Food Editore e Giunti Editore
La fondazione di Slow Food il 10 dicembre 1989 a Parigi, all’Opera Comique. In piedi, a sinistra, Folco Portinari, che scrisse il manifesto e ideò il nome, con Carlo Petrini. Il primo a destra, in piedi, con la barba, è Edoardo Raspelli Dal libro “Slow Food. Storia di un’utopia possibile”, scritto da Carlo Petrini e Gigi Padovani.
Folco Portinari, scomparso il 12 gennaio 2019 a 92 anni, mi racconto come che scrisse il manifesto e ideò il nome, con Carlo Petrini per la nascita di Slow Food nel 1989. L’ho scritto nel libro libro “Slow Food. Storia di un’utopia possibile”, scritto da Carlo Petrini e Gigi Padovani. Edito da Slow Food Editore e Giunti Editore

Nelle cene all’Osteria dell’Unione di Treiso si dissertava con
disgusto snob di quell’Italia consumista e televisiva. Tra un bicchiere
di Dolcetto e un piatto di tajarin di Pina, una sera nacque
l’idea di reagire. Lo racconta Folco Portinari, allora dirigente
della Rai a Milano: «Alcuni locali storici d’Italia, anche a Firenze,
si erano trasformati in fast food. A forza di sentirne parlare, ci
venne l’idea di cercare di arginare questa calata dei barbari con
lo slow food: la intendemmo come una trincea difensiva. Carlin
mi chiese di provare a stilare un manifesto con la nostra filosofia.
Cercai di spiegare che dietro al fast food c’era una nuova cultura
e una nuova civiltà con un unico valore: il profitto. Il piacere è
del tutto incompatibile con la produttività, in quanto il tempo
che viene speso per la sua ricerca viene tolto alla produzione:
anche fare all’amore è un’attività “inutile” e peccaminosa. Mi
misi all’opera, pur sapendo che in realtà il vero manifesto contro
il fast food era già stato realizzato da Charlie Chaplin nel suo
film Tempi moderni. Volevamo recuperare il valore del corpo
e del piacere. Ebbi la ventura di trovare l’espressione fast life,
poiché il tempio in cui se ne celebravano i riti era il fast food.
Il sottotitolo che trovai a quel manifesto era “Movimento Internazionale
per la Tutela e il Diritto al Piacere”. Il retroterra
culturale veniva dalla mia esperienza nella rivista La Gola, che
allora trattava di cultura materiale, quando nessuno lo faceva,
con tanti intellettuali provenienti da Alfabeta e dal Gruppo 63
di Nanni Balestrini. Quell’esperienza, un po’ elitaria e aristocratica,
aveva riti molto belli, come le riunioni di redazione con
discussioni infinite, senza che ci fosse un direttore. Una cultura
che contribuì a far nascere il movimento per lo slow food. Il nostro
obiettivo non era soltanto il cibo: volevamo rivalutare anche
il tango, l’ombrello, la lentezza della vita e dei suoi oggetti. Mi
battei anche per chiamare l’associazione Arcigola – inteso come
superlativo – e non Arci-Gola. E da vecchio ungarettiano, insistevo
anche su due aggettivi, ilare e allegro. Pensavo all’Allegria
di naufragi di Giuseppe Ungaretti e al vecchio capitano che comunque
ricomincia a viaggiare dopo la tragedia».
Poeta, critico, intellettuale ironico e colto, Portinari scrisse il
testo, Petrini raccolse le adesioni e il 3 novembre 1987 comparve
sulla prima pagina del Gambero Rosso (anno II numero 11).

Se le nocciole non rotolano

A una settimana dalla kermesse del #noccioladay a FICO Eataly World – che abbiamo contribuito a organizzare con l’amica Irma Brizi, la massima esperta corilicola e direttore dell’Associazione Città della Nocciola , e con Sebastiano Sardo, responsabile eventi di FICO -, mi piace cercare di riflettere su questi due giorni intensi ed emozionanti, in cui abbiamo conosciuto tanti produttori, esperti, artigiani. E mi viene subito alla mente una bella frase dell’entusiasta presidente di questa associazione, che raccoglie 270 Comuni in cui si coltiva il piccolo frutto secco, Rosario D’Acunto: “Perché gli agricoltori possano raccogliere la giusta remunerazione del loro lavoro, occorre che le nocciole non rotolino fuori dai territori, per finire nella lavorazione dell’industria che non ha nessun interesse a valorizzare le diverse qualità, ma anzi vuole deprimere la biodiversità”.

Nei volti e nelle parole di questi piccoli produttori dalla Sicilia, Calabria [nella foto sopra, Terre Abellanae, Avella] , Campania, Lazio, Piemonte, ho potuto cogliere durante il #noccioladay di Bologna – sabato 8 e domenica 9 dicembre 2018 – un comune sentimento, che si unisce alla passione con cui presentano i loro prodotti: l’orgoglio. E’ l’orgoglio per quello che hanno saputo coltivare e trasformare, in quelle creme gianduia spalmabili a “chilometro zero” che sono realizzate in laboratori di “contadini-pasticceri”, come li ha definiti D’Acunto.

E’ una magia che consiglio a tutti: seguire un “NocciliAMO” che Irma [foto sopra] conduce guidando i fortunati degustatori a capire i segreti sensoriali delle nocciole, insegnando a distinguere le tre denominazioni tipici protette: la Nocciola Piemonte Igp, la Nocciola Romana Dop e la Nocciola di Giffoni Igp.

Ed è stato bello poter confrontare queste nostre delizie italiane con quelle che hanno portato gli amici catalani, guidati dal dr Pere Arbonés [nella foto sopra, a destra con gli altri produttori catalani], docente e animatore della Associazione dei produttori di Brunyola, con la sorpresa di un vermut di Reus con la nocciola a marchio della cittadina vicino a Tarragona (l’altra Dop europea).

Domenica mattina un serrato convegno di filiera, introdotto magistralmente dal direttore scientifico della Fondazione FICO, Duccio Cantoni [nella foto sopra, da destra, con Rosario D’Acuto e Alberto Manzo del Mipaaft], che ha lanciato un allarme in difesa dei piccoli borghi che si stanno spopolando, contro la “bruttezza invisibile” che ormai sta contaminando l’Italia. Anche le tonde gentili possono contribuire a salvarle. Il dr Alberto Manzo, funzionario tecnico della Dg qualità agroalimentare del Mipaaft, il ministero delle Politiche Agricole, ha ricordato i piani di settore avviati e ha confermato l’interesse verso la filiera: D’Acunto chiede un “tavolo corilicolo” e pare vi siano i presupposti per una convocazione nei primi mesi del 2019, dopo una lunga latenza. Serve più marketing per rilanciare la frutta secca e i suoi benefici, come ha detto Claudio Scalise, mentre Alessandro Annibali ha presentato il case history di successo della noce dei Romagna. Dal Piemonte l'”agronomo di campagna” (come si è definito con autoironia) Claudio Sonnati, di Agrion della Regione Piemonte, ha chiesto più cautela nell’avvio di noccioleti fuori dalle zone vocate: ma ha ribadito di non voler attaccare il “Progetto Nocciola Italia” di Ferrero, che prevede 20 mila ettari di nuove piantagioni (anche in regioni non vocate, come Toscana o Friuli-Venezia Giulia), bensì ha insistito sulla necessità di una maggiore ricerca della qualità da parte dei piccoli produttori.

Entusiastica la partecipazione dei consumatori, del pubblico numeroso che nel weekendo ha riempito i grandi spazi di FICO: buoni affari nel mercatino, visitato da migliaia di perosne, i dieci laboratori del gusto “Nocciolab” gremiti di un pubblico attento (circa 500 persone hanno partecipato), oltre 700 gli “assaggiatori” [nella foto] per il concorso per la miglior crema gianduia, vinto su 27 barattoli anonimi dall’azienda Roboqbo che lo produce all’interno di FICO.

Un bilancio positivo, a detta di tutti, per ridare valore a una filiera corilicola che contribuisce a mantenere in vita piccoli borghi e a difendere le colline dal degrado. Nocciosaluti golosi a tutti, e al prossimo appuntamento: noi ci siamo appassionati della regina gentile e non la molliamo più! 

QUI IL VIDEO DEL CONVEGNO

Il #noccioladay è FICO!

Sarà il weekend più nocciogoloso dell’anno: un mini-salone del gusto tutto dedicato alla frutta secca della felicità, che ci regala specialità dolciarie  eccellenti, dalla crema gianduia alle torte, ai biscotti alle praline. In uno dei nostri tour per parlare di cultura del cibo abbiamo incontrato una grande esperta di nocciole, Irma Brizi, entusiasta direttrice della Associazione Nazionale Città della Nocciola, nonché panel leader in tante degustazioni.  Ci ha trasmesso la sua passione e le sue conoscenze: insieme abbiamo lavorato nelle ultime settimane, con il sostegno di Fico Eataly World, per realizzare un evento straordinario, legato al #noccioladay che l’associazione, alla quale fanno capo 274 Comuni e sindaci corilicoli dal Piemonte alla Sicilia, organizza ormai da sette anni ai primi di dicembre.

E’ maturata l’idea di creare per la prima volta un appuntamento nazionale e così sabato 8 dicembre e domenica 9 dicembre 2018 nel più grande parco agroalimentare del mondo, a Bologna, ci sarà un’intensa “due giorni” di eventi sotto il nome di #noccioladay: una decina di Nocciolab gratuiti – che condurremo con Irma – showcooking, degustazioni, un importante convegno organizzato in collaborazione con la Fondazione FICO e un’inedita degustazione alla cieca di oltre trenta creme gianduia artigianali (ma non solo) a base di nocciola e cacao, al termine della quale i visitatori potranno votare la “migliore spalmabile italiana”.

Ospite speciale della rassegna sarà la regione corilicola della Catalogna, con le delegazioni provenienti da Reus (Tarragona), l’altra Dop in Europa insieme con la Romana (Piemonte e Giffoni sono Igp) e da Brunyola (Girona).

Sarà anche allestito un mercatino di prodotti di qualità dai territori corilicoli, con una ventina di stand, mentre sabato 8 dicembre si svolgerà la cena “stellata” con un menù a tutta nocciola, dall’antipasto al dolce: in cucina gli chef Damiano Nigro (ristorante Villa d’Amelia, Benevello, Cn, una stella Michelin) con Gaetano e Pasquale Torrente del ristorante Al Convento di Cetara (Sa) e dell’osteria del Fritto di FICO. Ecco il menù:

  • Stuzzichino di battuta di Vicciola® (razza bovina piemontese allevata a nocciole, offerto dalla macelleria di Pino Puglisi, Torino) con marron glacé e meringa
  • Panino al vapore con ventresca di tonno affumicata e burro di nocciole
  • “Plin” di capra e nocciole
  • Controfiletto di fassone glassato alla nocciola, patata fondente
  • Torta di nocciola e carote con zabaione al Moscato
  • Pane alle nocciole del Forno Calzolari di Fico Eataly World

VINI

Vini offerti dalle cantine: Fontanafredda, Serralunga d’Alba (Cn) e La Roncaglia, La Morra (Cn)

  • Alta Langa Extra Brut 2014 Fontanafredda
  • Barbera d’Alba Superiore 2015  La Roncaglia
  • Asti Spumante Millesimato 2017 Fontanafredda

Prezzo: 50 euro tutto compreso

“Plin” di capra e nocciole dello chef Damiano Nigro, Villa D’Amelia, Benevello (Cn)

Qui trovate tutto il programma
https://www.claragigipadovani.com/index.php/rst/appuntamenti/

https://www.eatalyworld.it/it/la-regina-gentile-nocciola-in-tavola

https://www.eatalyworld.it/it/la-regina-gentile-nocciola-in-tavola?fbclid=IwAR0d0mJk5yap0JUhD8eCt8Wo46nk22ZuG4Nu2GhbzPzQpVcxALD_X423ZjI

La rivoluzione della nocciola

[Nella foto sopra Clara e Gigi Padovani ricevono il riconoscimento come “Amici della Nocciola” dal presidente dell’Associazione “Città della Nocciola”, Rosario D’Acunto]

In tutto il mondo la coltivazione del nocciolo è in crescita esponenziale. L’industria dolciaria e gli artigiani pasticceri, cioccolatieri e gelatieri ne hanno fatto continuamente aumentare la domanda. La produzione mondiale infatti è passata da 182 mila tonnellate del 1961 alle 943 mila del 2015 (nel 2016 vi è stato un calo a 743 mila per ragioni climatiche), con in testa la Turchia (tra il 60 e il 70 per cento del totale mondiale), seguita da Italia, Stati Uniti, Azerbjan, Georgia, Cina, Iran, Cile, Spagna (dati Fao 2016). In Italia gli ultimi dati disponibili – in attesa di conoscere quelli della raccolta 2018, appena terminata, con buone rese – indicano in circa 75 mila gli ettari coltivati, con 120 mila tonnellate di produzione totale.  

E’ una vera e propria “rivoluzione”, che però rischia di mettere in crisi la qualità a scapito della qualità. Sono tre le denominazioni protette dall’Europa con i marchi di tipicità:  la Nocciola Piemonte Igp, la Nocciola di Giffoni Igp e la Nocciola Romana Dop. Ma le cultivar sono molte di più. In Sicilia: la Nocciola dei Nebrodi o delle Madonie (Minullara, Ghirara, Siciliana); il Calabria: Tonda Calabrese; il Campania: San Giovanni, Mortarella, Tonda di Giffoni, Tonda bianca e Tonda Rossa Avellinese, Camponica, Riccia di Talanico; in Lazio: Tonda Gentile Romana e Nocchione; in Piemonte: Tonda Gentile Trilobata. E sono oltre 250 i centri rurali italiani, piccoli e grandi, nel cui territorio si coltiva: i Comuni coinvolto ne sono giustamente orgogliosi, tanto da aver fondato nel 2004 l’Associazione Nazionale Città della Nocciola.  L’associazione delle Città della Nocciola ha svolto nello scorso week-end, il 13 e 14 ottobre 2018, le sue 14° Assise nazionale a Castellero d’Asti: erano presenti tanti amministratori,  in rappresentanza dei Comuni corilicoli italiani dalla Sicilia al Piemonte, dalla Calabria alla Campania, al Lazio, all’Umbria. “La scelta di Castellero, dichiara il Sindaco Roberto Campia, non è stata casuale ma ha voluto valorizzare l’accordo di filiera della nocciola tra l’azienda Novi Elah Dufour e ben 198 corilicoltori piemontesi.” 

[Nella foto sotto, la direttrice dell’Associazione Città della Nocciola, Irma Brizzi, con Clara e Gigi Padovani, sabato 13 ottobre 2018, durante la presentazione del libro sul cioccolato]

Ecco come sono stati riassunti i lavori della due giorni in Monferrato, da un comunicato dell’associazione: “Il rischio di questi nuovi impianti va urgentemente affrontato, ha dichiarato Rosario D’Acunto, con una immediata convocazione del Tavolo Corilicolo Nazionale. Spingere i territori italiani alla coltivazione intensiva avrà un impatto dannoso compromettendo la biodiversità, depauperando ulteriormente le risorse idriche, alterando i paesaggi, riducendo le qualità sensoriali e commerciali e producendo, infine, un serio rischio di calo dei prezzi a danno dei produttori tradizionali con il conseguente abbandono delle aree meno produttive che coincidono con i territori a maggiore rischio idrogeologico e di spopolamento!”

Nel comunicato si ricorda che il prossimo evento nazionale, dopo la partecipazione, con il Direttore dell’Associazione Irma Brizi, alla Festa del Torrone di Cremona, si terrà il 9 dicembre a Fico Eataly World a Bologna, il 9 dicembre, per la settima edizione del Nocciola Day, la giornata nazionale dedicata alla nocciola e all’orgoglio corilicolo, protagonisti i produttori dei territori  italiani con mercatini, degustazioni guidate e tavole rotonde. Conclude la nota: “Con questa Assise si consolida strategicamente la collaborazione, avviata da Irma Brizi, con il territorio spagnolo di produzione dell’avellana De Reus DOP per creare un dialogo diretto e comune con l’Unione Europea sulle criticità del comparto. Così come si consolida la collaborazione con i giornalisti Clara e Gigi Padovani, neo soci onorari del Club Amici Città della Nocciola”.

[Nel video l’intervista al presidente Rosario D’Acunto]

Andare di bolina in cucina

Lo trovate un po’ a fatica alla foce del Tevere, a Isola Sacra, nel cantiere Nautilus. Lele Usai, chef dalla cucina di mare ricca di sapori autentici e creatività dosata con mestiere, si è trasferito qui nel 2016, dopo dieci anni a Ostia Lido, in un locale piccolino al quale si accedeva entrando da un garage. Con il socio Stefano Loreti, albergatore a Roma, ha preso in concessione dal demanio un vecchio magazzino ristrutturandolo con molto gusto: così al piano terra c’è un “ristorante di mare”, che hanno chiamato 4112 come le coordinate marine del luogo, mentre al primo piano, accessibile con una rampa a parte lungo l’orto dello chef, c’è “Il Tino”, il locale “gastronomico” al quale la Michelin ha confermato la stella.

Ho conosciuto Lele Usai, un giovane uomo timido e dallo sguardo sincero un po’ come il Niko Romito degli esordi, negli studi della Dear della Rai in una settimana passata insieme come “giurati” della Prova del Cuoco [foto sotto, con Andrea Lo Cicero, in piedi, conduttore, e Antonella Elia], assaggiando velocemente i piatti dei concorrenti, e ne ho apprezzato le doti umane e intellettuali. Così abbiamo scelto di provarne la cucina e di farci raccontare la sua interpretazione dei sapori mediterranei.

Con Clara abbiamo gustato il suo menù “Bolina stretta” con quattro piatti a scelta, incominciando con interessanti finger food caldi seguiti da una sorprendente “speck di ventresca di tonno e pomodori”, creativa e nello stesso tempo semplice e dai sapori netti. In effetti la “scarola, mozzarella di bufala e totano”- con un totano giustamente croccante – ci è sembrato forse un piatto un po’ ridondante nel gusto. Eccellenti gli spaghetti di grano turanico, telline e semi di finocchio (regalo dello chef), mentre di nuovo molto interessanti e nuovi i “bottoncini ai gobbetti (gamberi bianchi, ndr) e zafferano” che il cuoco ha voluto creare come omaggio a un suo maestro recentemente scomparso, quell’Antonio Carluccio che a Londra ha portato la cucina italiana.

La chef de rang Alexandra Terramondi ci ha spiegato al tavolo con dovizia di particolari un secondo complesso e forse con troppi ingredienti: “Il chilometro di Castelfusano: ricciola e cinghiale”. A chiudere dei dessert classici e pieni: “cocco, banana e lime” per Clara e “terrina al cacao, cremoso al caffè e croccante al demerara”, un vero tuffo nel Cibo degli Dei.

Nel video lo chef si racconta e non c’è molto da aggiungere. Un approccio davvero interessante ai gusti del Tirreno, seguiti con attenzione da un cuoco che farà della strada, se riuscirà a mantenere dritta la barra della sua bolina in cucina: prendendo il vento senza mai scuffiare, con umiltà e professionalità. Qui trovate il video con l’intervista

https://www.ristoranteiltino.com/

 

 

 

Venchi, una dolce storia del cioccolato a Torino

In occasione dell’evento “Buon compleanno cioccolato” svoltosi per un solo giorno alle Ogr di Torino, del 14 settembre 2018, per i 140 anni della azienda dolciaria Venchi, è stata presentata una mostra storica consente al visitatore di percorrere un affascinante viaggio nel mondo del cioccolato piemontese tra capitani d’industria e finanzieri, prodotti innovativi, curiosità inaspettate, artistici manifesti e citazioni letterarie. I “food writer Clara e Gigi Padovani – che hanno dedicato ricerche e libri al cioccolato – hanno ricostruito le origini dell’industria dolciaria torinese a partire dalla fine dell’Ottocento, portato alla luce i brevetti di prodotti ancora oggi in commercio, scovato – nei 25 archivi consultati e con l’aiuto di collezionisti privati – locandine originali, scatole, stampi che ci consentono di apprezzare l’arte che ha accompagnato il Cibo degli ei. Abbiamo chiesto loro di illustrare le tappe significative dell’esposizione, divisa in undici grandi cartelloni.

di Clara e Gigi Padovani

La storia del cacao sciolto in tazza incomincia in Piemonte come un privilegio per nobili e clero. Il “segreto spagnolo” fu portato quasi certamente alla Corte dei Savoia dall’Infanta di Filippo II, andata in sposa al Duca Carlo Emanuele I nel 1585. Abbiamo così deciso di aprire la mostra con il ritratto di Caterina (o Catalina, più correttamente) Micaela d’Austria, Duchessa di Savoia, realizzato dieci anni dopo il matrimonio e oggi esposto al Palazzo Madama di Torino. E la Duchessa, nel primo tabellone, passa idealmente il testimone della cioccolata calda al manifesto pubblicitario realizzato dal tedesco Roberto Ochsner nel 1890 per il “Cacao Due Vecchi”, iconico prodotto prima Talmone, poi Venchi Unica e quindi Venchi ancora oggi in produzione.

Ma il vero protagonista della prima parte della storia è Silviano Venchi (foto sotto), primogenito di quattro tra fratelli e sorelle, figlio di contadini con terre a Robbio Lomellina, nelle risaie del Pavese vicino al Piemonte: a soli 14 anni arriva a Torino, nel 1863, e impara l’arte del confetturiere. In quel periodo la capitale sabauda è in gran fermento e incomincia l’epoca pionieristica dell’industria dolciaria: le fabbriche sorgono lungo il Canale Ceronda costruito dal Comune per dare potenza idraulica ai macchinari. In Borgo Vanchiglia, sulla via degli Artisti – a pochi passi dal Po – accanto alla quale allora scorreva l’acqua del Ceronda, sorge nel 1878 il primo laboratorio dell’”operaio dolciere” Silviano Venchi. L’azienda diventa assai presto, nel 1886, una Società Anonima, grazie all’apporto di altri soci. E si può ammirare il disegno del primo vero stabilimento sorto nel 1904, che già produce “Chocolat de Luxe”.

All’intraprendente Silviano quel primo impianto va stretto, i premi alle Esposizioni Universali si moltiplicano. Grazie all’arrivo di nuovi capitali (come quelli della Banca Ovazza), con il cognato Basilio, ufficiale del Regio Esercito, e la competenza di Gerardo Gobbi, un manager del quale si sa poco – nonostante possa essere considerato come una sorta di “Marchionne del cioccolato novecentesco”– riesce a realizzare il suo sogno. In corso Regina Margherita, a Torino, nel 1907 si inaugura un gioiello dell’architettura industriale, progettato dall’archi-star dell’epoca, Pietro Fenoglio, che agli inizi del Novecento ha disseminato di case Liberty e di capannoni Art Nouveau tutta la città. I depliant dell’epoca decantano i reparti in cui si producono le «più disparate varietà: confetti argentati, confetti e mandorle, confetti decorati, boligomma, tavolette zuccherine e pastiglie, fondenti e confetture speciali, liquirizia, caramelle e rock drops, cioccolato, gallettine, biscotti, wafers». Dopo la fusione tra Venchi e Unica, nel 1938, i capannoni passerano al Demanio statale come Opificio Militare: ciò che resta dell’antico splendore architettonico è ancora visibile oggi.

Dopo la morte nel 1922 di Silviano Venchi, senza figli, Gobbi e le famiglie Basilio e Gribaldi prendono in mano l’azienda, coadiuvati da Cesare Venchi, nato in Argentina, nipote del fondatore in quanto figlio del fratello Luigi, e che nel 1946 fu eletto anche consigliere comunale.

A questo punto la storia aziendale si complica, perché entra in campo l’avventura del finanziere mecenate Riccardo Gualino [nel cartellone della mostra, in alto a sinistra nel ritratto di Felice Casorati, con accanto i marchi che sono entrati a far parte della sua Unica] , grande figura di biellese intraprendente e poliedrico. Fu lui a intuire le potenzialità del cioccolato e dei dolciumi come nuovo consumo di massa: nel 1924 fonda la Unica (acronimo per Unione Nazionale Industrie Cioccolato e Affini), accorpando diverse aziende (comprese la Idea, la Talmone e la mitica Moriondo & Gariglio, allora famosissima) e fa costruire lo storico stabilimento di corso Francia, che dà lavoro a quasi tremila operai: tutti i torinesi lo ricordano come la sede della Venchi Unica. Dai documenti ritrovati presso l’Archivio di Stato di Roma, su indicazione della Camera di Commercio di Torino, la mostra offre per la prima volta il brevetto del marchio “Nougatine” [nella foto sotto un manifesto della Unica], ancora oggi simbolo della Venchi: una madelaine dal croccante cuore di nocciole e miele rivestita di cioccolato. Fu depositato nel dicembre 1922 a Torino dalla ditta Idea, fondata dagli uomini di Gualino.

 

 

Le sorti dell’impero di Gualino, per la sua opposizione al fascismo e forse per azzardi finanziari, volgono al peggio agli inizi degli Anni Trenta del Novecento: l’imprenditore viene spedito al confino e la Unica passa alla Banca d’Italia, che ne risolve le sorti attraverso la fusione con la Venchi, sotto la guida di Gobbi. Sono anche gli anni di grandi innovazione nel mondo dell’arte cioccolatiera, da parte delle due aziende: la Unica già nel 1931 produce i primi mini-gianduiotti, come testimonia un catalogo dell’epoca, mentre qualche anno più tardi la Venchi Unica distribuisce sul mercato le innovative tavolette ripiene, con il marchio “Praletta”  (tavoletta+pralina). Anche le uova di Pasqua con sorpresa diventano un regalo popolare tra gli italiani, mentre i grandi cartellonisti dell’epoca, in stile futurista, impreziosiscono la pubblicità aziendale: appesi alle “americane” della Sala Fucine Ogr, la mostra presenta 15 riproduzioni di poster provenienti dal Museo del Manifesto di Treviso, Collezione Salce, realizzati da artisti come Fortunato Depero [nella foto sotto un  suo manifesto per le uova di Pasqua], Marcello Dudovich, Francesco Seneca, Leonetto Cappiello e Severo Pozzati.

Fino al 1954 sarà Gobbi, torinese tutto d’un pezzo a gestire la Venchi Unica [nella cartolina del 1954 la pubblicità all’ingresso di via Roma, a Torino]. Poi c’è il passaggio di consegne a un altro noto imprenditore, Giovanni Maria Vitelli, che per quasi vent’anni – dal 1957 al 1973 – è stato anche il presidente della Camera di Commercio di Torino.

La Venchi Unica allora era una società per azioni  e fu così possibile la scalata di un finanziere senza scrupoli, Michele Sindona, iniziata nel 1970: dopo alterne vicende imprenditoriali che rovinarono un prezioso patrimonio industriale, l’azienda nel 1978 fallisce e i capannoni rimasero deserti per anni, con centinaia di lavoratori in cassa integrazione. Nel 1995 il Comune decise di farne un’area residenziale e recentemente sono stati ristrutturati gli uffici direzionali dell’impianto di corso Francia, come sede di servizi amministrativi.

La terza svolta di questa affascinante avventura imprenditoriale avviene grazie a un altro self-made-man, il pasticcere cuneese Pietro Cussino, che coraggiosamente converte il suo credito con la Venchi Unica con l’acquisizione del marchio, nel 1980. Ma soltanto nel 1998 un gruppo di giovani imprenditori, coinvolti dal nipote di Cussino, Giovanni Battista Mantelli, appassionato esperto di cioccolato, riescono a far ripartire il marchio Venchi.

Ora l’azienda che festeggia il suo 140° compleanno alle Ogr è presente nel mondo con oltre cento negozi, un moderno stabilimento a Castelletto Stura (Cn), 350 diversi prodotti al cioccolato e 70 gusti di gelato. Nell’ultima fase di sviluppo ha realizzato una “chicca” gourmet che ha vinto numerosi premi e rispetta pienamente il Dna di innovazione del marchio Venchi: il Chocaviar [nella foto sotto di Martorana i cioccolatini con il Chocaviar], caviale per golosi. A questa specialità si affiancano le tavolette di cacao d’origine da Ecuador, Perù e Venezuela. A questi prodotti – insieme alle artistiche fotografie di Giò Martorana del “gelato all’italiana” – sono dedicati gli ultimi pannelli espositivi.

Dopo cinque mesi di lavoro che ci hanno permesso di condividere tante appassionanti notizie, rileggendo le citazioni letterarie che abbiamo voluto lasciare ai visitatori – compresi alcuni autori torinesi come Bruno Gambarotta e Margherita Oggero – siamo certi che questo viaggio alla scoperta del  Cibo degli Dei non finirà davvero mai, in un profumo inebriante di cacao. Con la speranza che prima s’inauguri un Museo del Cioccolato, per onorare un glorioso tratto di storia del gusto di Torino e del Piemonte.

 CRONOLOGIA ESSENZIALE VENCHI, VENCHI UNICA E CUBA

1849 – Il 29 maggio nasce Silviano Venchi da Cesare e Margarita Dezuto, classificati come “benestanti”, probabilmente coltivatori di risaie

1863 – Silviano Venchi arriva a Torino e incomincia a lavorare come dolciere

1869 – Nasce l’azienda Moriondo & Gariglio, che sarà assorbita dalla Unica

1878 – Primo laboratorio artigianale come attività in proprio di Silviano Venchi

1890 – Escono sul mercato le prime scatole di cacao in polvere con il logo “Due Vecchi”

1884 – All’Esposizione Generale di Torino la Venchi conquista la medaglia d’oro nella categoria “confetti”, mentre quella per il settore merceologico “cioccolato” va a Moriondo & Gariglio

1905 – Si costituisce la “Società Anonima per Azioni “S. Venchi & C”, con un capitale sociale di 1 milione e 300 mila lire (oggi corrispondono a oltre 5 milioni di euro). Tra i sindaci anche Gerardo Gobbi, che poi ne diventerà il manager.

1907 – Costruzione dello stabilimento Venchi progettato dall’ingegnere Pietro Fenoglio: occupa un intero isolato, a Torinio, in corso Regina Margherita angolo via Farini [nel disegno dell’epoca da un catalogo Venchi].

1909 – Il 21 febbraio Silviano Venchi viene nominato Cavaliere del Lavoro. Nelle motivazioni si legge: «Da semplice operaio dolciere diventò nel giro di 35 anni proprietario di uno stabilimento per la fabbricazione dei confetti con oltre 200 operai. Si era trasferito a Torino nel 1863 per apprendere l’arte del dolciere. In breve tempo si affermò come uno dei migliori della città».

1922 – Il 24 maggio scompare Silviano Venchi, senza figli: l’azienda passa in mano ai nipoti, appartenenti alle famiglie Basilio e Gribaldi, e al manager Gerardo Gobbi [nella rara fotografia del 1928 durante i lavori dell’Esposizione Generale di Torino, della quale fu vicepresidente, Gobbi è il secondo da sinistra, con il cappello in mano. Accanto il Duca d’Aosta] nominato amministratore delegato. Gobbi la continua a gestire anche quando si fonde con la Unica, diventando Venchi Unica nel 1934.

1920-1922 – Avvio dei lavori per la costruzione dello stabilimento sulla Stradale di Francia, poi sospesi, da parte della Tobler-Talmone.

1921 – Il 21 ottobre si costituisce la società Idea (Industria Dolciumi E Affini) nel palazzo della Snia (Gualino) di via Alfieri 15 a Torino, con amministratori dei manager del finanziere biellese: Giuseppe Ravazzi, Carlo Forneris e Angelo Luraghi.

1922 – Il 22 dicembre presso la Prefettura di Torino viene registrato dalla Idea il marchio Nougatine con immagine nei colori rosso, verde, nero.

1924 – La Idea si fonde nella Bonatti, per essere assorbita dalla Unica

1924 – il 5 settembre è costituita, su iniziativa di Gualino, la Unica (Unione Nazionale Industrie Cioccolato ed Affini), che nel giro di due-tre anni incorpora la Bonatti, la Talmone, la Moriondo & Gariglio, la Idea (principalmente caramelle) e due biscottifici: le Fabbriche Riunite Gallettine Biscuits e Affini e la Dora Biscuits

1926-1928 – Si concludono i lavori per aprire lo stabilimento di corso Francia 325, nel quartiere torinese di Pozzo Strada. L’amministratore delegato è Rino Colombino, cognato di Gualino [foto sotto del 1929]

1927 circa – La Unica e poi la Venchi Unica producono “uova sorpresa” pubblicizzate sui giornali e con grandi manifesti.

1931 – Sul catalogo Unica sono presentati i primi “mini-gianduiotti” 

1934 – La Unica presenta la prima tavoletta di cioccolato ripieno, la “Praletta”

1934 – Dopo il fallimento di Gualino e il suo invio al confino (nel 1931), il pacchetto azionario della UNICA passa alla Banca d’Italia e allo Stato, che poi nell’estate 1934 la cede alla Venchi: si costituisce, per fusione, la Venchi Unica e lo stabilimento Venchi di corso Regina Margherita passa al Demanio Militare [foto sotto: così com’è oggi in corso Regina Margherita]

1934-1950 – Il Cavaliere di Gran Croce Gerardo Gobbi gestisce la Venchi Unica come amministratore delegato e presidente, affiancato da Cesare Venchi e Silvano Gribaldi.

1949 – Il pasticcere Pietro Cussino [sotto, in una foto degli anni ’90 del Novecento] a 32 anni, a Cuneo fonda l’azienda CUBA (Cussino Biscotti e Affini), specializzata nella produzione di Cuneesi al rhum.

1954 – Il 30 luglio muore a 82 anni Gerardo Gobbi, senza figli, salutato su La Stampa da un una notizia che lo definisce «una delle più note figure della vecchia Torino».

1956 – Giovanni Maria Vitelli (1907-1974) [nella foto sotto] diventa presidente della Venchi Unica: è una importante figura dell’economia torinese. Dal 1957 al 1973 è anche presidente della Camera di Commercio di Torino.

1959 – La Cuba si trasforma da artigianale a industriale, con l’apertura di uno stabilimento produttivo a Roccavione, in provincia di Cuneo, che occupa una trentina di operai. E i suoi Cuneesi vengono distribuiti dalla Venchi Unica in tutto il mondo.

1970 – Il finanziere Michele Sindona assume il controllo della Venchi Unica.

1978 – Dopo alterne vicende proprietarie e giudiziarie, il 13 febbraio il Tribunale di Torino decreta il fallimento della Venchi Unica

1980 – Pietro Cussino, come parziale recupero dei crediti verso il fallimento Venchi Unica, diventa il proprietario del marchio

1998 – Un gruppo di giovani imprenditori rileva la Cuba Spa facendo ripartire l’azienda e battezzandola Venchi [nel cartellone dalla mostra i manager che si sono avvicendati nella guida di Venchi e Venchi Unica]

1999 – L’11 settembre si inaugura un nuovo stabilimento Venchi a Robilante (Cn), dove oggi è attivo uno degli show room Venchi

2002 – Il 16 luglio una disastrosa alluvione devasta lo stabilimento di Robilante

2002 – Il 22 novembre allo scalo di Fiumicino apre il primo spazio vendita della Venchi monomarca in un aeroporto: è il segno della svolta.

2003 – È l’esordio sul mercato del ritrovato marchio Venchi, a sostituire quello di Cuba. Rimane una linea di prodotti Cuba, per continuare la tradizione avviata da Cussino.

2005 – Si inaugura un nuovo grande impianto industriale a Castelletto Stura, sempre a pochi chilometri da Cuneo, di 13 mila mq, che oggi dà lavoro a oltre 170 dipendenti, in gran parte donne.

2006 – La Venchi acquisisce una star-up specializzata in gelateria, con un metodo innovativo di produzione e nascono le prime Cioccogelaterie Venchi [nella foto sopra].

2010 – Debutta il Chocaviar, innovativo prodotto gourmet.

2018 – Premiato a Londra dalla Chocolate Academy l’uovo di Pasqua della Venchi

La mostra Venchi alle OGR