Di Carlo Petrini e Gigi Padovani

Rizzoli 2005


Nel Basso Piemonte, tra le Langhe e il Roero, nasceva vent’anni fa un movimento destinato a diventare in tutto il mondo sinonimo di un’autentica nuova filosofia del cibo più consapevole dei valori della terra. La storia di Slow Food è legata a doppio filo a quella del suo carismatico leader, Carlo Petrini, che in questo libro ne ripercorre le tappe fondamentali, dalla nascita della Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo, cui aderirono personaggi del calibro di Roberto Benigni, Francesco Guccini e Ornella Vanoni. È il primo nucleo di quella che diventerà, nel 1986, la lega Arcigola, che assumerà tre anni dopo il nome Slow Food con il Manifesto del movimento internazionale presentato a Parigi. Dopo la fondazione di una fiorente casa editrice, negli anni Novanta l’associazione partecipa al Vinitaly di Verona e organizza una serie di fortunati eventi gastronomici, culminati nel Salone del Gusto di Torino; si batte per la tutela dei prodotti tradizionali a rischio di estinzione dando vita ai Presìdi Slow Food, in Italia e all’estero, e per diffondere una consapevole educazione al gusto, inaugurando le Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Colorno.

Attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti, Carlo Petrini e Gigi Padovani ci accompagnano in un viaggio alla scoperta di prelibatezze etniche ma anche italiane Doc, dalla bottarga di Orbetello al cappone di Morozzo, dal fagiolo Zolfino alla manna delle Madonie, e insieme illustrano i punti salienti della ‘filosofia slow’: la rivendicazione del diritto al piacere conviviale opposto all’omologazione del fast food; il recupero del valore della lentezza in contrapposizione ai ritmi frenetici della società contemporanea; l’assunzione di un nuovo senso di responsabilità nei confronti della produzione e del consumo del cibo, più attento alla salvaguardia dell’ambiente e alla qualità dei prodotti. Un impegno confermato da Terra Madre, della quale è descritta la prima assemblea nell’ottobre del 2004. Slow Food Revolution ricostruisce le tappe e le conquiste di un movimento culturale tra i più significativi degli ultimi anni, invitandoci a rinnovare il rapporto con il cibo e a restituire nuova dignità al piacere della tavola.

Indice del libro

PRIMA PARTE – VIA MENDICITA’ ISTRIUITA

Capitolo 1. La formazione: 1981-1986
La ribollita di Montalcino – Nel salotto di Bartolo Mascarello a Barolo – Tra i veneziani di Mira e i romani di Cavour 313 – La piramide della Borgogna

Capitolo 2. Le radici: 1949-1981
Una via nel centro di Bra – Dalla San Vincenzo al Circolo comunista – Un giornale e la prima radio politica d’Italia – Cantè j’euv,l Club Tenco e le Nete: la slow music – Pina e Maria, le prime arcicuoche

Capitolo 3. L’idea: 1987- 1989
Il pentolone Arci Gola – Critica gastronomica militante: il “Gambero Rosso” – Un posto a tavola anche a sinistra: le Feste dell’Unità – Tre bicchieri per bere meglio – Gaja e la “sporca dozzina” in California – La chiocciolina alternativa ai fast food – Una sera a Parigi a ritmo Slow

Capitolo 4. La semina: 1989- 1996
Un sussidiario per margiarbere – Il soldato Nemecsek tra i governatori – Giornale di vino a Verona e golosità milanesei – Al Lingotto salpa l’Arca del Gusto

Capitolo 5. Il raccolto: 1997-2004
Le forme del latte e l’Arca senza la pecora Dolly – Il risotto di D’Alema per “Noè” – Città Slow e territori lenti – Tra vigne di Sciacchetrà e capponi di Morozzo: I Presìdi – Con la Coop la qualità è anche business – Fratello sole e sorella luna: la biodiversità – Un sogno che si avvera a Pollenzo – Affinità elettive anche a destra – Una chiocciola sul mondo, rivoluzione lenta

SECONDA PARTE – IL MENU DELLA BIODIVERSITA’

Capitolo 6. Terra Madre
I colori del mondo: in 4888 da 128 Paesi – Alice, un ristorante contro la Fast Food Nation – Carlo, il Principe con la chiocciolina

Capitolo 7. Gli antipasti.
Il pane di Ur-Paal – La focaccia classica di Genova – L’olio di Argan – La Signora di Conca Casale – Il Suovas di renna –

Capitolo 8. I primi
Il riso basmati della cooperativa Navdanya – Il riso selvaggio Manoomin dei nativi americani – I filindeu e so succu della Sardegna

Capitolo 9. I secondi
Il cappone di Morozzo – La vacca Old Gloucester – Il salmone selvatico irlandese . Le moleche di Chiogga – La bottarga di Orbetello e i pesci dell’isola cilena di Robinson Crosuè

Capitolo 10. I contorni
Il fagiolo Zolfino del Valdarno – La rapa francese di Pardailhan – Le verdure argentine di Cocina de la Tierra

Capitolo 11. I dessert
I formaggi artigianali Usa a latte crudo – Il pecorino polacco Oscypek che piace al Papa – Il cacao di Sao Tomè e il Nacional dell’Ecuador – Le prugne bosniache dello Slatko – L’uvetta afghana di Herat – La manna siciliana delle Madonie – Il caffè guatemalteco di Huehuetenango

TERZA PARTE – DIALOGO PADOVANI-PETRINI SUL FUTURO DEL CIBO

– I maestri
Grimod de la Reynière, Brillat-Savarin, Lévi-Strauss, Gino Veronelli
– La vita
Spunti autobiografici: il successo, i soldi, le “cattive compagnie” (il governo di centrodestra, la Regione governata da Ghigo ecc), la malattia
– La gastronomia
Dal vino all’eco-gastronomia scienza complessa e problema dell’ambiente, ma rimane il piacere
– La scienza
Il dibattito sugli Ogm
– L’ambiente
Il cibo deve viaggiare e quanto?
– La lentezza
Gli spunti filosofici offerti dai Dialoghi della Terra e da Enzo Bianchi
– Il futuro
I nuovi obiettivi: gli chef e le cuoche del mondo, le Università

Incipit del libro

Il profumo dei tordi arrostiti insieme con i fegatelli sulle piastre a carbonella aveva avvolto il Palazzo Pieri-Nerli. Sull’imponente edificio quattrocentesco in pietra, affacciato su Via Ricasoli, si apriva un piccolo e pesante portone di legno. Attorno, per le strette strade lastricate di Montalcino, la patria del Brunello, era un brulicare di gente. Si sentiva qualcuno cantare, un po’ sguaiato: «Svegliatevi dal sonno, ‘briaconi/ che giunta l’è per noi la gran cuccagna. / S’ha da mangia’ de’ polli e de’ piccioni, / e ber del vin che vien dalla campagna». Erano i versi del «trescone», antica ballata toscana ritrovata per la Sagra del Tordo: la si celebrava, come da tradizione, l’ultima domenica di ottobre. I giovani dei quattro quartieri della cittadina senese (Borghetto, Pianello, Ruga e Travaglio), finita la vendemmia di Sangiovese e Moscadello, da settimane si allenavano per conquistare la «freccia d’argento» al torneo di tiro dell’arco.
In realtà, il gruppo sceso dal piccolo autobus targato Cuneo, dopo sei ore di viaggio incominciato nella nebbia padana tra Asti e Piacenza e proseguito con difficoltà nel traffico di Firenze, non sembrava attratto dai balli e dal corteo storico in costume. Avevano fatto cinquecento chilometri, accumulando un ritardo di quasi due ore rispetto all’orario stabilito con il Circolo Arci di Montalcino. Erano arrivati fin lì in una quindicina, soci dell’Arci Langhe, associazione aderente al circuito culturale della sinistra. Il gruppetto era partito da Bra: volevano confrontare la loro cultura enologica, fino a quel momento sperimentata soprattutto tra le vigne langarole, con quella del più famoso vino toscano, il primo in Italia ad acquisire nel 1980 la sigla Docg, la denominazione «garantita», insieme con il Barolo.
Fin dal 1957 i montalcinesi si erano inventati la Sagra del Tordo per far tornare i molti emigrati in cerca di lavoro e per portare qualche turista sulla loro austera rocca affacciata sulle valli dell’Orcia, dell’Ombrone e dell’Asso. Soltanto arrivati in cima, i braidesi si erano accorti del paesaggio ruvido e altero che stava loro intorno e che potevano dominare con lo sguardo dagli oltre cinquecento metri di altitudine sul livello del mare. Nessuno si era reso conto di dove stavano arrivando, mentre il piccolo bus, parecchi chilometri dopo Siena, aveva incominciato ad inerpicarsi per le curve della statale tra vigneti e uliveti.
Erano partiti quasi all’alba da una cittadina, in Piemonte, cinque volte più grande di Montalcino: 25 mila abitanti, contro 5 mila. Vi si respirava un’altra aria: situata a Sud della cintura operaia di Torino, Bra era un centro che fungeva da cerniera tra la pianura metropolitana e le colline verso la Liguria. Un’area «bianca», tanto democristiana e moderata quanto era «rossa», comunista e socialista, la loro meta.
Il capo riconosciuto del gruppo era un «uomo solido e dotato degli occhi ironici del viaggiatore» – secondo la descrizione che gli dedicò, vent’anni dopo, lo scrittore catalano Manuel Vásquez Montalbán nel libro uscito postumo Millennio (pag. 24) – con una calvizie incipiente nonostante i 33 anni compiuti da poco e un barbone incolto. Alto, la camicia sempre senza cravatta e in litigio con i pantaloni, Carlo Petrini per l’anagrafe, Carlin per tutti, aveva appena fondato, nel Castello dei Falletti di Barolo, la Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo, collegata ad Arci Langhe.

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