di Clara e Gigi Padovani
Ci siamo quasi: finalmente il Gianduiotto di Torino IGP è arrivato sui tavoli della Commissione UE a Bruxelles. Da ora se occuperanno i funzionari di Christophe Hansen, il commissario europeo all’Agricoltura (ex eurodeputato del PPE). Da Roma è arrivato il via libera, con un provvedimento del ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, in data 23 marzo scorso: bocciate le opposizioni al disciplinare presentato dal Comitato Gianduiotto di Torino.
Le caratteristiche previste per il cioccolatino nato a Torino a metà dell’Ottocento rimangono pertanto immutate, secondo quanto hanno previsto gli artigiani (con alcuni industriali a sostegno, come Domori): Nocciola Piemonte IGP tostata (dal 30% al 45%), zucchero semolato (dal 20% al 45%) e cacao in varie forme (minimo 25%); rimane escluso il latte in polvere, che non era nella ricettazione originale; inoltre si potrà produrre soltanto nel territorio della Regione Piemonte.
L’iter di approvazione è in corso ormai da quasi dieci anni, dal 2017, da quando il Comitato composto da una quarantina di maestri cioccolatieri e aziende, presieduto dal Maestro del Gusto Guido Castagna, ha avviato la richiesta e gli studi – ai quali abbiamo partecipato anche noi, come esperti del Comitato – per indicare le caratteristiche storiche del Gianduiotto di Torino IGP.
Hanno espresso la loro soddisfazione sia il ministro Francesco Lollobrigida sia il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio. Il presidente Guido Castagna così ha commentato questo importante risultato : «Il 2026 sarà l’anno del gianduiotto IGP. I tempi previsti per il riconoscimento si attestano tra i sei e i dodici mesi, dalla trasmissione della domanda». E il segretario del Comitato, l’avvocato Antonio Borra, che ha seguito i complessi aspetti legali dell’iter, ha ricordato: «Il Gianduiotto di Torino diventerà la decima IGP della Regione Piemonte, la seconda su cioccolato a livello nazionale e sarà la prima IGP europea ad avere come ingrediente un’altra IGP, ossia la Nocciola Piemonte IGP: si tratterà quindi di una “IGP al quadrato”».
Tra l’altro va sottolineata una curiosità: lo studio dell’avvocato Borra si trova a pochi passi dallo stabile dove negli Anni Trenta e Quaranta del Novecento era ospitata la pasticceria torinese di Pietro Ferrero, il fondatore dell’azienda dolciaria, all’angolo tra via Berthollet e via Sant’Anselmo, nel quartiere San Salvario. Decisamente una felice coincidenza.
Ma quali erano le opposizioni, in parte respinte e in parte accolte dal ministero di Lollobrigida? Era nota quella presentata dalla Lindt-Caffarel, che richiedeva la garanzia di poter ancora usare il loro marchio “Gianduia 1865”. Lo potrà fare. Ma non potrà inserire il latte in polvere, se vuole il marchio IGP (inoltre le nocciole presenti nella loro ricetta sono meno del 30 per cento). Tra le opposizioni si erano aggiunte le aziende Baratti & Milano (proprietà Novi) e Piemônt (della famiglia Fioraso) che da tempo usano la dizione “Gianduiotto di Torino” sui loro incarti. Avranno ben quindici anni di “transizione” per mettersi in regola.
Più radicale (e sorprendente, per certi versi) l’opposizione che era stata presentata dall’Unione Italiana Food, presieduta dall’industriale Paolo Barilla, che rappresenta ben 530 industrie del Made in Italy nel campo alimentare, dalla pasta al dolciario ai surgelati. Chiedevano infatti di cambiare il disciplinare con il termine “cioccolato alla nocciola gianduia”, riconnettendosi alla normativa europea sul cioccolato di quel tipo, che è stato riconosciuto nel 2001 come quarto tipo di Cibo degli Dei, insieme con quello fondente, al latte e bianco. Dal Comitato hanno risposto di no: infatti una cosa è la tavoletta al gianduia (che può contenere soltanto il 20% di nocciole), e un’altra è il gianduiotto tipico torinese, secondo la ricetta tradizionale. A Roma il ministero ha bocciato questa interpretazione e non potrà più essere presentata a Bruxelles.
Ci auguriamo di no, e sommessamente ricordiamo agli industriali aderenti all’Unione Italiana Food che in un hotel di Friburgo, in Svizzera, il 3 ottobre 2001 era stata proprio l’AIDI (Associazione degli Industriali Italiani, poi confluita nella nuova associazione imprenditoriale), a convincere il Comitato prodotti cacao e cioccolato dal Codex Alimentarius a inserire il gianduiotto tra le qualità concesse per il commercio internazionale da parte del WTO, World Trade Organization. Come? Un funzionario italiano, Luca Ragaglini, aveva portato ai membri del Comitato uno scatolone di gianduiotti da assaggiare, dimostrando così che i gianduiotti non sono un “surrogato” truffaldino, come temevano gli africani, sollevatisi in difesa del loro cacao. Tutto questo è raccontato nel nostro libro “Gianduiotto Mania” (Giunti 2007).
Non ci resta che aggiungere: speruma an bin!
