Se le nocciole non rotolano

A una settimana dalla kermesse del #noccioladay a FICO Eataly World – che abbiamo contribuito a organizzare con l’amica Irma Brizi, la massima esperta corilicola e direttore dell’Associazione Città della Nocciola , e con Sebastiano Sardo, responsabile eventi di FICO -, mi piace cercare di riflettere su questi due giorni intensi ed emozionanti, in cui abbiamo conosciuto tanti produttori, esperti, artigiani. E mi viene subito alla mente una bella frase dell’entusiasta presidente di questa associazione, che raccoglie 270 Comuni in cui si coltiva il piccolo frutto secco, Rosario D’Acunto: “Perché gli agricoltori possano raccogliere la giusta remunerazione del loro lavoro, occorre che le nocciole non rotolino fuori dai territori, per finire nella lavorazione dell’industria che non ha nessun interesse a valorizzare le diverse qualità, ma anzi vuole deprimere la biodiversità”.

Nei volti e nelle parole di questi piccoli produttori dalla Sicilia, Calabria [nella foto sopra, Terre Abellanae, Avella] , Campania, Lazio, Piemonte, ho potuto cogliere durante il #noccioladay di Bologna – sabato 8 e domenica 9 dicembre 2018 – un comune sentimento, che si unisce alla passione con cui presentano i loro prodotti: l’orgoglio. E’ l’orgoglio per quello che hanno saputo coltivare e trasformare, in quelle creme gianduia spalmabili a “chilometro zero” che sono realizzate in laboratori di “contadini-pasticceri”, come li ha definiti D’Acunto.

E’ una magia che consiglio a tutti: seguire un “NocciliAMO” che Irma [foto sopra] conduce guidando i fortunati degustatori a capire i segreti sensoriali delle nocciole, insegnando a distinguere le tre denominazioni tipici protette: la Nocciola Piemonte Igp, la Nocciola Romana Dop e la Nocciola di Giffoni Igp.

Ed è stato bello poter confrontare queste nostre delizie italiane con quelle che hanno portato gli amici catalani, guidati dal dr Pere Arbonés [nella foto sopra, a destra con gli altri produttori catalani], docente e animatore della Associazione dei produttori di Brunyola, con la sorpresa di un vermut di Reus con la nocciola a marchio della cittadina vicino a Tarragona (l’altra Dop europea).

Domenica mattina un serrato convegno di filiera, introdotto magistralmente dal direttore scientifico della Fondazione FICO, Duccio Cantoni [nella foto sopra, da destra, con Rosario D’Acuto e Alberto Manzo del Mipaaft], che ha lanciato un allarme in difesa dei piccoli borghi che si stanno spopolando, contro la “bruttezza invisibile” che ormai sta contaminando l’Italia. Anche le tonde gentili possono contribuire a salvarle. Il dr Alberto Manzo, funzionario tecnico della Dg qualità agroalimentare del Mipaaft, il ministero delle Politiche Agricole, ha ricordato i piani di settore avviati e ha confermato l’interesse verso la filiera: D’Acunto chiede un “tavolo corilicolo” e pare vi siano i presupposti per una convocazione nei primi mesi del 2019, dopo una lunga latenza. Serve più marketing per rilanciare la frutta secca e i suoi benefici, come ha detto Claudio Scalise, mentre Alessandro Annibali ha presentato il case history di successo della noce dei Romagna. Dal Piemonte l'”agronomo di campagna” (come si è definito con autoironia) Claudio Sonnati, di Agrion della Regione Piemonte, ha chiesto più cautela nell’avvio di noccioleti fuori dalle zone vocate: ma ha ribadito di non voler attaccare il “Progetto Nocciola Italia” di Ferrero, che prevede 20 mila ettari di nuove piantagioni (anche in regioni non vocate, come Toscana o Friuli-Venezia Giulia), bensì ha insistito sulla necessità di una maggiore ricerca della qualità da parte dei piccoli produttori.

Entusiastica la partecipazione dei consumatori, del pubblico numeroso che nel weekendo ha riempito i grandi spazi di FICO: buoni affari nel mercatino, visitato da migliaia di perosne, i dieci laboratori del gusto “Nocciolab” gremiti di un pubblico attento (circa 500 persone hanno partecipato), oltre 700 gli “assaggiatori” [nella foto] per il concorso per la miglior crema gianduia, vinto su 27 barattoli anonimi dall’azienda Roboqbo che lo produce all’interno di FICO.

Un bilancio positivo, a detta di tutti, per ridare valore a una filiera corilicola che contribuisce a mantenere in vita piccoli borghi e a difendere le colline dal degrado. Nocciosaluti golosi a tutti, e al prossimo appuntamento: noi ci siamo appassionati della regina gentile e non la molliamo più! 

QUI IL VIDEO DEL CONVEGNO

Il #noccioladay è FICO!

Sarà il weekend più nocciogoloso dell’anno: un mini-salone del gusto tutto dedicato alla frutta secca della felicità, che ci regala specialità dolciarie  eccellenti, dalla crema gianduia alle torte, ai biscotti alle praline. In uno dei nostri tour per parlare di cultura del cibo abbiamo incontrato una grande esperta di nocciole, Irma Brizi, entusiasta direttrice della Associazione Nazionale Città della Nocciola, nonché panel leader in tante degustazioni.  Ci ha trasmesso la sua passione e le sue conoscenze: insieme abbiamo lavorato nelle ultime settimane, con il sostegno di Fico Eataly World, per realizzare un evento straordinario, legato al #noccioladay che l’associazione, alla quale fanno capo 274 Comuni e sindaci corilicoli dal Piemonte alla Sicilia, organizza ormai da sette anni ai primi di dicembre.

E’ maturata l’idea di creare per la prima volta un appuntamento nazionale e così sabato 8 dicembre e domenica 9 dicembre 2018 nel più grande parco agroalimentare del mondo, a Bologna, ci sarà un’intensa “due giorni” di eventi sotto il nome di #noccioladay: una decina di Nocciolab gratuiti – che condurremo con Irma – showcooking, degustazioni, un importante convegno organizzato in collaborazione con la Fondazione FICO e un’inedita degustazione alla cieca di oltre trenta creme gianduia artigianali (ma non solo) a base di nocciola e cacao, al termine della quale i visitatori potranno votare la “migliore spalmabile italiana”.

Ospite speciale della rassegna sarà la regione corilicola della Catalogna, con le delegazioni provenienti da Reus (Tarragona), l’altra Dop in Europa insieme con la Romana (Piemonte e Giffoni sono Igp) e da Brunyola (Girona).

Sarà anche allestito un mercatino di prodotti di qualità dai territori corilicoli, con una ventina di stand, mentre sabato 8 dicembre si svolgerà la cena “stellata” con un menù a tutta nocciola, dall’antipasto al dolce: in cucina gli chef Damiano Nigro (ristorante Villa d’Amelia, Benevello, Cn, una stella Michelin) con Gaetano e Pasquale Torrente del ristorante Al Convento di Cetara (Sa) e dell’osteria del Fritto di FICO. Ecco il menù:

  • Stuzzichino di battuta di Vicciola® (razza bovina piemontese allevata a nocciole, offerto dalla macelleria di Pino Puglisi, Torino) con marron glacé e meringa
  • Panino al vapore con ventresca di tonno affumicata e burro di nocciole
  • “Plin” di capra e nocciole
  • Controfiletto di fassone glassato alla nocciola, patata fondente
  • Torta di nocciola e carote con zabaione al Moscato
  • Pane alle nocciole del Forno Calzolari di Fico Eataly World

VINI

Vini offerti dalle cantine: Fontanafredda, Serralunga d’Alba (Cn) e La Roncaglia, La Morra (Cn)

  • Alta Langa Extra Brut 2014 Fontanafredda
  • Barbera d’Alba Superiore 2015  La Roncaglia
  • Asti Spumante Millesimato 2017 Fontanafredda

Prezzo: 50 euro tutto compreso

“Plin” di capra e nocciole dello chef Damiano Nigro, Villa D’Amelia, Benevello (Cn)

Qui trovate tutto il programma
https://www.claragigipadovani.com/index.php/rst/appuntamenti/

https://www.eatalyworld.it/it/la-regina-gentile-nocciola-in-tavola

https://www.eatalyworld.it/it/la-regina-gentile-nocciola-in-tavola?fbclid=IwAR0d0mJk5yap0JUhD8eCt8Wo46nk22ZuG4Nu2GhbzPzQpVcxALD_X423ZjI

La rivoluzione della nocciola

[Nella foto sopra Clara e Gigi Padovani ricevono il riconoscimento come “Amici della Nocciola” dal presidente dell’Associazione “Città della Nocciola”, Rosario D’Acunto]

In tutto il mondo la coltivazione del nocciolo è in crescita esponenziale. L’industria dolciaria e gli artigiani pasticceri, cioccolatieri e gelatieri ne hanno fatto continuamente aumentare la domanda. La produzione mondiale infatti è passata da 182 mila tonnellate del 1961 alle 943 mila del 2015 (nel 2016 vi è stato un calo a 743 mila per ragioni climatiche), con in testa la Turchia (tra il 60 e il 70 per cento del totale mondiale), seguita da Italia, Stati Uniti, Azerbjan, Georgia, Cina, Iran, Cile, Spagna (dati Fao 2016). In Italia gli ultimi dati disponibili – in attesa di conoscere quelli della raccolta 2018, appena terminata, con buone rese – indicano in circa 75 mila gli ettari coltivati, con 120 mila tonnellate di produzione totale.  

E’ una vera e propria “rivoluzione”, che però rischia di mettere in crisi la qualità a scapito della qualità. Sono tre le denominazioni protette dall’Europa con i marchi di tipicità:  la Nocciola Piemonte Igp, la Nocciola di Giffoni Igp e la Nocciola Romana Dop. Ma le cultivar sono molte di più. In Sicilia: la Nocciola dei Nebrodi o delle Madonie (Minullara, Ghirara, Siciliana); il Calabria: Tonda Calabrese; il Campania: San Giovanni, Mortarella, Tonda di Giffoni, Tonda bianca e Tonda Rossa Avellinese, Camponica, Riccia di Talanico; in Lazio: Tonda Gentile Romana e Nocchione; in Piemonte: Tonda Gentile Trilobata. E sono oltre 250 i centri rurali italiani, piccoli e grandi, nel cui territorio si coltiva: i Comuni coinvolto ne sono giustamente orgogliosi, tanto da aver fondato nel 2004 l’Associazione Nazionale Città della Nocciola.  L’associazione delle Città della Nocciola ha svolto nello scorso week-end, il 13 e 14 ottobre 2018, le sue 14° Assise nazionale a Castellero d’Asti: erano presenti tanti amministratori,  in rappresentanza dei Comuni corilicoli italiani dalla Sicilia al Piemonte, dalla Calabria alla Campania, al Lazio, all’Umbria. “La scelta di Castellero, dichiara il Sindaco Roberto Campia, non è stata casuale ma ha voluto valorizzare l’accordo di filiera della nocciola tra l’azienda Novi Elah Dufour e ben 198 corilicoltori piemontesi.” 

[Nella foto sotto, la direttrice dell’Associazione Città della Nocciola, Irma Brizzi, con Clara e Gigi Padovani, sabato 13 ottobre 2018, durante la presentazione del libro sul cioccolato]

Ecco come sono stati riassunti i lavori della due giorni in Monferrato, da un comunicato dell’associazione: “Il rischio di questi nuovi impianti va urgentemente affrontato, ha dichiarato Rosario D’Acunto, con una immediata convocazione del Tavolo Corilicolo Nazionale. Spingere i territori italiani alla coltivazione intensiva avrà un impatto dannoso compromettendo la biodiversità, depauperando ulteriormente le risorse idriche, alterando i paesaggi, riducendo le qualità sensoriali e commerciali e producendo, infine, un serio rischio di calo dei prezzi a danno dei produttori tradizionali con il conseguente abbandono delle aree meno produttive che coincidono con i territori a maggiore rischio idrogeologico e di spopolamento!”

Nel comunicato si ricorda che il prossimo evento nazionale, dopo la partecipazione, con il Direttore dell’Associazione Irma Brizi, alla Festa del Torrone di Cremona, si terrà il 9 dicembre a Fico Eataly World a Bologna, il 9 dicembre, per la settima edizione del Nocciola Day, la giornata nazionale dedicata alla nocciola e all’orgoglio corilicolo, protagonisti i produttori dei territori  italiani con mercatini, degustazioni guidate e tavole rotonde. Conclude la nota: “Con questa Assise si consolida strategicamente la collaborazione, avviata da Irma Brizi, con il territorio spagnolo di produzione dell’avellana De Reus DOP per creare un dialogo diretto e comune con l’Unione Europea sulle criticità del comparto. Così come si consolida la collaborazione con i giornalisti Clara e Gigi Padovani, neo soci onorari del Club Amici Città della Nocciola”.

[Nel video l’intervista al presidente Rosario D’Acunto]

Andare di bolina in cucina

Lo trovate un po’ a fatica alla foce del Tevere, a Isola Sacra, nel cantiere Nautilus. Lele Usai, chef dalla cucina di mare ricca di sapori autentici e creatività dosata con mestiere, si è trasferito qui nel 2016, dopo dieci anni a Ostia Lido, in un locale piccolino al quale si accedeva entrando da un garage. Con il socio Stefano Loreti, albergatore a Roma, ha preso in concessione dal demanio un vecchio magazzino ristrutturandolo con molto gusto: così al piano terra c’è un “ristorante di mare”, che hanno chiamato 4112 come le coordinate marine del luogo, mentre al primo piano, accessibile con una rampa a parte lungo l’orto dello chef, c’è “Il Tino”, il locale “gastronomico” al quale la Michelin ha confermato la stella.

Ho conosciuto Lele Usai, un giovane uomo timido e dallo sguardo sincero un po’ come il Niko Romito degli esordi, negli studi della Dear della Rai in una settimana passata insieme come “giurati” della Prova del Cuoco [foto sotto, con Andrea Lo Cicero, in piedi, conduttore, e Antonella Elia], assaggiando velocemente i piatti dei concorrenti, e ne ho apprezzato le doti umane e intellettuali. Così abbiamo scelto di provarne la cucina e di farci raccontare la sua interpretazione dei sapori mediterranei.

Con Clara abbiamo gustato il suo menù “Bolina stretta” con quattro piatti a scelta, incominciando con interessanti finger food caldi seguiti da una sorprendente “speck di ventresca di tonno e pomodori”, creativa e nello stesso tempo semplice e dai sapori netti. In effetti la “scarola, mozzarella di bufala e totano”- con un totano giustamente croccante – ci è sembrato forse un piatto un po’ ridondante nel gusto. Eccellenti gli spaghetti di grano turanico, telline e semi di finocchio (regalo dello chef), mentre di nuovo molto interessanti e nuovi i “bottoncini ai gobbetti (gamberi bianchi, ndr) e zafferano” che il cuoco ha voluto creare come omaggio a un suo maestro recentemente scomparso, quell’Antonio Carluccio che a Londra ha portato la cucina italiana.

La chef de rang Alexandra Terramondi ci ha spiegato al tavolo con dovizia di particolari un secondo complesso e forse con troppi ingredienti: “Il chilometro di Castelfusano: ricciola e cinghiale”. A chiudere dei dessert classici e pieni: “cocco, banana e lime” per Clara e “terrina al cacao, cremoso al caffè e croccante al demerara”, un vero tuffo nel Cibo degli Dei.

Nel video lo chef si racconta e non c’è molto da aggiungere. Un approccio davvero interessante ai gusti del Tirreno, seguiti con attenzione da un cuoco che farà della strada, se riuscirà a mantenere dritta la barra della sua bolina in cucina: prendendo il vento senza mai scuffiare, con umiltà e professionalità. Qui trovate il video con l’intervista

https://www.ristoranteiltino.com/

 

 

 

Venchi, una dolce storia del cioccolato a Torino

In occasione dell’evento “Buon compleanno cioccolato” svoltosi per un solo giorno alle Ogr di Torino, del 14 settembre 2018, per i 140 anni della azienda dolciaria Venchi, è stata presentata una mostra storica consente al visitatore di percorrere un affascinante viaggio nel mondo del cioccolato piemontese tra capitani d’industria e finanzieri, prodotti innovativi, curiosità inaspettate, artistici manifesti e citazioni letterarie. I “food writer Clara e Gigi Padovani – che hanno dedicato ricerche e libri al cioccolato – hanno ricostruito le origini dell’industria dolciaria torinese a partire dalla fine dell’Ottocento, portato alla luce i brevetti di prodotti ancora oggi in commercio, scovato – nei 25 archivi consultati e con l’aiuto di collezionisti privati – locandine originali, scatole, stampi che ci consentono di apprezzare l’arte che ha accompagnato il Cibo degli ei. Abbiamo chiesto loro di illustrare le tappe significative dell’esposizione, divisa in undici grandi cartelloni.

di Clara e Gigi Padovani

La storia del cacao sciolto in tazza incomincia in Piemonte come un privilegio per nobili e clero. Il “segreto spagnolo” fu portato quasi certamente alla Corte dei Savoia dall’Infanta di Filippo II, andata in sposa al Duca Carlo Emanuele I nel 1585. Abbiamo così deciso di aprire la mostra con il ritratto di Caterina (o Catalina, più correttamente) Micaela d’Austria, Duchessa di Savoia, realizzato dieci anni dopo il matrimonio e oggi esposto al Palazzo Madama di Torino. E la Duchessa, nel primo tabellone, passa idealmente il testimone della cioccolata calda al manifesto pubblicitario realizzato dal tedesco Roberto Ochsner nel 1890 per il “Cacao Due Vecchi”, iconico prodotto prima Talmone, poi Venchi Unica e quindi Venchi ancora oggi in produzione.

Ma il vero protagonista della prima parte della storia è Silviano Venchi (foto sotto), primogenito di quattro tra fratelli e sorelle, figlio di contadini con terre a Robbio Lomellina, nelle risaie del Pavese vicino al Piemonte: a soli 14 anni arriva a Torino, nel 1863, e impara l’arte del confetturiere. In quel periodo la capitale sabauda è in gran fermento e incomincia l’epoca pionieristica dell’industria dolciaria: le fabbriche sorgono lungo il Canale Ceronda costruito dal Comune per dare potenza idraulica ai macchinari. In Borgo Vanchiglia, sulla via degli Artisti – a pochi passi dal Po – accanto alla quale allora scorreva l’acqua del Ceronda, sorge nel 1878 il primo laboratorio dell’”operaio dolciere” Silviano Venchi. L’azienda diventa assai presto, nel 1886, una Società Anonima, grazie all’apporto di altri soci. E si può ammirare il disegno del primo vero stabilimento sorto nel 1904, che già produce “Chocolat de Luxe”.

All’intraprendente Silviano quel primo impianto va stretto, i premi alle Esposizioni Universali si moltiplicano. Grazie all’arrivo di nuovi capitali (come quelli della Banca Ovazza), con il cognato Basilio, ufficiale del Regio Esercito, e la competenza di Gerardo Gobbi, un manager del quale si sa poco – nonostante possa essere considerato come una sorta di “Marchionne del cioccolato novecentesco”– riesce a realizzare il suo sogno. In corso Regina Margherita, a Torino, nel 1907 si inaugura un gioiello dell’architettura industriale, progettato dall’archi-star dell’epoca, Pietro Fenoglio, che agli inizi del Novecento ha disseminato di case Liberty e di capannoni Art Nouveau tutta la città. I depliant dell’epoca decantano i reparti in cui si producono le «più disparate varietà: confetti argentati, confetti e mandorle, confetti decorati, boligomma, tavolette zuccherine e pastiglie, fondenti e confetture speciali, liquirizia, caramelle e rock drops, cioccolato, gallettine, biscotti, wafers». Dopo la fusione tra Venchi e Unica, nel 1938, i capannoni passerano al Demanio statale come Opificio Militare: ciò che resta dell’antico splendore architettonico è ancora visibile oggi.

Dopo la morte nel 1922 di Silviano Venchi, senza figli, Gobbi e le famiglie Basilio e Gribaldi prendono in mano l’azienda, coadiuvati da Cesare Venchi, nato in Argentina, nipote del fondatore in quanto figlio del fratello Luigi, e che nel 1946 fu eletto anche consigliere comunale.

A questo punto la storia aziendale si complica, perché entra in campo l’avventura del finanziere mecenate Riccardo Gualino [nel cartellone della mostra, in alto a sinistra nel ritratto di Felice Casorati, con accanto i marchi che sono entrati a far parte della sua Unica] , grande figura di biellese intraprendente e poliedrico. Fu lui a intuire le potenzialità del cioccolato e dei dolciumi come nuovo consumo di massa: nel 1924 fonda la Unica (acronimo per Unione Nazionale Industrie Cioccolato e Affini), accorpando diverse aziende (comprese la Idea, la Talmone e la mitica Moriondo & Gariglio, allora famosissima) e fa costruire lo storico stabilimento di corso Francia, che dà lavoro a quasi tremila operai: tutti i torinesi lo ricordano come la sede della Venchi Unica. Dai documenti ritrovati presso l’Archivio di Stato di Roma, su indicazione della Camera di Commercio di Torino, la mostra offre per la prima volta il brevetto del marchio “Nougatine” [nella foto sotto un manifesto della Unica], ancora oggi simbolo della Venchi: una madelaine dal croccante cuore di nocciole e miele rivestita di cioccolato. Fu depositato nel dicembre 1922 a Torino dalla ditta Idea, fondata dagli uomini di Gualino.

 

 

Le sorti dell’impero di Gualino, per la sua opposizione al fascismo e forse per azzardi finanziari, volgono al peggio agli inizi degli Anni Trenta del Novecento: l’imprenditore viene spedito al confino e la Unica passa alla Banca d’Italia, che ne risolve le sorti attraverso la fusione con la Venchi, sotto la guida di Gobbi. Sono anche gli anni di grandi innovazione nel mondo dell’arte cioccolatiera, da parte delle due aziende: la Unica già nel 1931 produce i primi mini-gianduiotti, come testimonia un catalogo dell’epoca, mentre qualche anno più tardi la Venchi Unica distribuisce sul mercato le innovative tavolette ripiene, con il marchio “Praletta”  (tavoletta+pralina). Anche le uova di Pasqua con sorpresa diventano un regalo popolare tra gli italiani, mentre i grandi cartellonisti dell’epoca, in stile futurista, impreziosiscono la pubblicità aziendale: appesi alle “americane” della Sala Fucine Ogr, la mostra presenta 15 riproduzioni di poster provenienti dal Museo del Manifesto di Treviso, Collezione Salce, realizzati da artisti come Fortunato Depero [nella foto sotto un  suo manifesto per le uova di Pasqua], Marcello Dudovich, Francesco Seneca, Leonetto Cappiello e Severo Pozzati.

Fino al 1954 sarà Gobbi, torinese tutto d’un pezzo a gestire la Venchi Unica [nella cartolina del 1954 la pubblicità all’ingresso di via Roma, a Torino]. Poi c’è il passaggio di consegne a un altro noto imprenditore, Giovanni Maria Vitelli, che per quasi vent’anni – dal 1957 al 1973 – è stato anche il presidente della Camera di Commercio di Torino.

La Venchi Unica allora era una società per azioni  e fu così possibile la scalata di un finanziere senza scrupoli, Michele Sindona, iniziata nel 1970: dopo alterne vicende imprenditoriali che rovinarono un prezioso patrimonio industriale, l’azienda nel 1978 fallisce e i capannoni rimasero deserti per anni, con centinaia di lavoratori in cassa integrazione. Nel 1995 il Comune decise di farne un’area residenziale e recentemente sono stati ristrutturati gli uffici direzionali dell’impianto di corso Francia, come sede di servizi amministrativi.

La terza svolta di questa affascinante avventura imprenditoriale avviene grazie a un altro self-made-man, il pasticcere cuneese Pietro Cussino, che coraggiosamente converte il suo credito con la Venchi Unica con l’acquisizione del marchio, nel 1980. Ma soltanto nel 1998 un gruppo di giovani imprenditori, coinvolti dal nipote di Cussino, Giovanni Battista Mantelli, appassionato esperto di cioccolato, riescono a far ripartire il marchio Venchi.

Ora l’azienda che festeggia il suo 140° compleanno alle Ogr è presente nel mondo con oltre cento negozi, un moderno stabilimento a Castelletto Stura (Cn), 350 diversi prodotti al cioccolato e 70 gusti di gelato. Nell’ultima fase di sviluppo ha realizzato una “chicca” gourmet che ha vinto numerosi premi e rispetta pienamente il Dna di innovazione del marchio Venchi: il Chocaviar [nella foto sotto di Martorana i cioccolatini con il Chocaviar], caviale per golosi. A questa specialità si affiancano le tavolette di cacao d’origine da Ecuador, Perù e Venezuela. A questi prodotti – insieme alle artistiche fotografie di Giò Martorana del “gelato all’italiana” – sono dedicati gli ultimi pannelli espositivi.

Dopo cinque mesi di lavoro che ci hanno permesso di condividere tante appassionanti notizie, rileggendo le citazioni letterarie che abbiamo voluto lasciare ai visitatori – compresi alcuni autori torinesi come Bruno Gambarotta e Margherita Oggero – siamo certi che questo viaggio alla scoperta del  Cibo degli Dei non finirà davvero mai, in un profumo inebriante di cacao. Con la speranza che prima s’inauguri un Museo del Cioccolato, per onorare un glorioso tratto di storia del gusto di Torino e del Piemonte.

 CRONOLOGIA ESSENZIALE VENCHI, VENCHI UNICA E CUBA

1849 – Il 29 maggio nasce Silviano Venchi da Cesare e Margarita Dezuto, classificati come “benestanti”, probabilmente coltivatori di risaie

1863 – Silviano Venchi arriva a Torino e incomincia a lavorare come dolciere

1869 – Nasce l’azienda Moriondo & Gariglio, che sarà assorbita dalla Unica

1878 – Primo laboratorio artigianale come attività in proprio di Silviano Venchi

1890 – Escono sul mercato le prime scatole di cacao in polvere con il logo “Due Vecchi”

1884 – All’Esposizione Generale di Torino la Venchi conquista la medaglia d’oro nella categoria “confetti”, mentre quella per il settore merceologico “cioccolato” va a Moriondo & Gariglio

1905 – Si costituisce la “Società Anonima per Azioni “S. Venchi & C”, con un capitale sociale di 1 milione e 300 mila lire (oggi corrispondono a oltre 5 milioni di euro). Tra i sindaci anche Gerardo Gobbi, che poi ne diventerà il manager.

1907 – Costruzione dello stabilimento Venchi progettato dall’ingegnere Pietro Fenoglio: occupa un intero isolato, a Torinio, in corso Regina Margherita angolo via Farini [nel disegno dell’epoca da un catalogo Venchi].

1909 – Il 21 febbraio Silviano Venchi viene nominato Cavaliere del Lavoro. Nelle motivazioni si legge: «Da semplice operaio dolciere diventò nel giro di 35 anni proprietario di uno stabilimento per la fabbricazione dei confetti con oltre 200 operai. Si era trasferito a Torino nel 1863 per apprendere l’arte del dolciere. In breve tempo si affermò come uno dei migliori della città».

1922 – Il 24 maggio scompare Silviano Venchi, senza figli: l’azienda passa in mano ai nipoti, appartenenti alle famiglie Basilio e Gribaldi, e al manager Gerardo Gobbi [nella rara fotografia del 1928 durante i lavori dell’Esposizione Generale di Torino, della quale fu vicepresidente, Gobbi è il secondo da sinistra, con il cappello in mano. Accanto il Duca d’Aosta] nominato amministratore delegato. Gobbi la continua a gestire anche quando si fonde con la Unica, diventando Venchi Unica nel 1934.

1920-1922 – Avvio dei lavori per la costruzione dello stabilimento sulla Stradale di Francia, poi sospesi, da parte della Tobler-Talmone.

1921 – Il 21 ottobre si costituisce la società Idea (Industria Dolciumi E Affini) nel palazzo della Snia (Gualino) di via Alfieri 15 a Torino, con amministratori dei manager del finanziere biellese: Giuseppe Ravazzi, Carlo Forneris e Angelo Luraghi.

1922 – Il 22 dicembre presso la Prefettura di Torino viene registrato dalla Idea il marchio Nougatine con immagine nei colori rosso, verde, nero.

1924 – La Idea si fonde nella Bonatti, per essere assorbita dalla Unica

1924 – il 5 settembre è costituita, su iniziativa di Gualino, la Unica (Unione Nazionale Industrie Cioccolato ed Affini), che nel giro di due-tre anni incorpora la Bonatti, la Talmone, la Moriondo & Gariglio, la Idea (principalmente caramelle) e due biscottifici: le Fabbriche Riunite Gallettine Biscuits e Affini e la Dora Biscuits

1926-1928 – Si concludono i lavori per aprire lo stabilimento di corso Francia 325, nel quartiere torinese di Pozzo Strada. L’amministratore delegato è Rino Colombino, cognato di Gualino [foto sotto del 1929]

1927 circa – La Unica e poi la Venchi Unica producono “uova sorpresa” pubblicizzate sui giornali e con grandi manifesti.

1931 – Sul catalogo Unica sono presentati i primi “mini-gianduiotti” 

1934 – La Unica presenta la prima tavoletta di cioccolato ripieno, la “Praletta”

1934 – Dopo il fallimento di Gualino e il suo invio al confino (nel 1931), il pacchetto azionario della UNICA passa alla Banca d’Italia e allo Stato, che poi nell’estate 1934 la cede alla Venchi: si costituisce, per fusione, la Venchi Unica e lo stabilimento Venchi di corso Regina Margherita passa al Demanio Militare [foto sotto: così com’è oggi in corso Regina Margherita]

1934-1950 – Il Cavaliere di Gran Croce Gerardo Gobbi gestisce la Venchi Unica come amministratore delegato e presidente, affiancato da Cesare Venchi e Silvano Gribaldi.

1949 – Il pasticcere Pietro Cussino [sotto, in una foto degli anni ’90 del Novecento] a 32 anni, a Cuneo fonda l’azienda CUBA (Cussino Biscotti e Affini), specializzata nella produzione di Cuneesi al rhum.

1954 – Il 30 luglio muore a 82 anni Gerardo Gobbi, senza figli, salutato su La Stampa da un una notizia che lo definisce «una delle più note figure della vecchia Torino».

1956 – Giovanni Maria Vitelli (1907-1974) [nella foto sotto] diventa presidente della Venchi Unica: è una importante figura dell’economia torinese. Dal 1957 al 1973 è anche presidente della Camera di Commercio di Torino.

1959 – La Cuba si trasforma da artigianale a industriale, con l’apertura di uno stabilimento produttivo a Roccavione, in provincia di Cuneo, che occupa una trentina di operai. E i suoi Cuneesi vengono distribuiti dalla Venchi Unica in tutto il mondo.

1970 – Il finanziere Michele Sindona assume il controllo della Venchi Unica.

1978 – Dopo alterne vicende proprietarie e giudiziarie, il 13 febbraio il Tribunale di Torino decreta il fallimento della Venchi Unica

1980 – Pietro Cussino, come parziale recupero dei crediti verso il fallimento Venchi Unica, diventa il proprietario del marchio

1998 – Un gruppo di giovani imprenditori rileva la Cuba Spa facendo ripartire l’azienda e battezzandola Venchi [nel cartellone dalla mostra i manager che si sono avvicendati nella guida di Venchi e Venchi Unica]

1999 – L’11 settembre si inaugura un nuovo stabilimento Venchi a Robilante (Cn), dove oggi è attivo uno degli show room Venchi

2002 – Il 16 luglio una disastrosa alluvione devasta lo stabilimento di Robilante

2002 – Il 22 novembre allo scalo di Fiumicino apre il primo spazio vendita della Venchi monomarca in un aeroporto: è il segno della svolta.

2003 – È l’esordio sul mercato del ritrovato marchio Venchi, a sostituire quello di Cuba. Rimane una linea di prodotti Cuba, per continuare la tradizione avviata da Cussino.

2005 – Si inaugura un nuovo grande impianto industriale a Castelletto Stura, sempre a pochi chilometri da Cuneo, di 13 mila mq, che oggi dà lavoro a oltre 170 dipendenti, in gran parte donne.

2006 – La Venchi acquisisce una star-up specializzata in gelateria, con un metodo innovativo di produzione e nascono le prime Cioccogelaterie Venchi [nella foto sopra].

2010 – Debutta il Chocaviar, innovativo prodotto gourmet.

2018 – Premiato a Londra dalla Chocolate Academy l’uovo di Pasqua della Venchi

La mostra Venchi alle OGR

 


 

La lezione per l’Italia del Bocuse d’Or

di Gigi Padovani

Dopo mesi di allenamenti si sono giocati tutto in cinque ore e mezzo. È accaduto a metà giungo nel palasport che a Torino ha ospitato le Olimpiadi di pattinaggio, l’Oval del Lingotto, sostenuti dal tifo da stadio dei loro supporter giunti da venti nazioni. I giovani cuochi che hanno disputato le semifinali europee del Bocuse d’Oro – il premio inventato nel 1987 dal grande chef lionese e considerato avevano soltanto quel tempo, aiutati da un commis e da un “allenatore fuori dal box, per preparare un piatto vegetariano e un “vassoio” alla francese con tanti assaggi, a base di carne, disposti in modo scenografico. La giuria di ventiquattro grandi chef del Vecchio Continente – presieduta da Jérôme Bocuse, che da  gennaio di quest’anno ha preso il testimone del padre dopo la sua scomparsa, e da Carlo Cracco –  ha decretato che i migliori piatti presentati erano scandinavi: sul podio torinese sono salitii, nell’ordine, Norvegia, Svezia e Danimarca. Premio di consolazione per la squadra italiana, ammessa alla finale, nonostante il dodicesimo posto: sarà tra le 22 rappresentative in giacca bianca da tutto il mondo che il 29 e 30 gennaio 2019 si disputeranno l’ambito premio, la statuetta che raffigura monsieur Bocuse.

[Nella foto sopra, realizzata dallo Studio Julien Bouvier, il piatto presentato dal team dell’Italia: breakfast nella campagna pugliese]

Al team italiano che per tante settimane ha lavorato con l’obiettivo di raggiungere un ben più alto risultato è rimasto l’amaro in bocca, dopo il verdetto: i piatti mediterranei presentati dal pugliese Martino Ruggieri [nella foto], 31 anni, non hanno convinto la giuria, che invece ha premiato i nordici di scuola francesizzante, con le loro geometrie perfette, i vassoi in cristallo e argento, le cloche di vetro o d’acciaio per tenere calde le vivande, le salse a specchio e le composizioni di verdure intagliate. E per la prima volta nella storia di queste “Olimpiadi della cucina”, tra gli ingredienti obbligatori è entrata la pasta secca, come “prodotto a sorpresa” indicato all’ultimo momento: gli spaghetti n 3 e n 7. Le tre specialità tipicamente piemontesi, il vitello Fassone, il riso Sant’Andrea della Baraggia Dop e il Castelmagno, su cui i cuochi dovevano cimentarsi, erano già note da settimane. Ma nonostante ciò la classifica non ha riservato sorprese: la competizione, ferma a stilemi degli Anni Ottanta, continua a essere appannaggio dei Paesi Nordici o della Francia. Il massimo risultato italiano è stato, storicamente, un quarto posto conquistato da un allievo di Gualtiero Marchesi, il lombardo Paolo Lopriore.

Eppure per questa edizione i nostri cuochi si erano preparati per bene, sostenuti dal presidente dell’Accademia Bocuse Italia, Enrico Crippa, anche lui allievo di Marchesi e alla guida del ristorante Piazza Duomo di Alba, tre stelle Michelin, con accanto il “promotion manager” Luciano Tona, già direttore della scuola Alma di Colorno (Pr). La Regione Piemonte, per volontà dell’assessora alla Cultura e al Turismo Antonella Parigi, ha investito in eventi di avvicinamento alla sfida dell’Oval – con dibattiti, cene, degustazioni -, mentre molti cuochi stellati delle patrie cucine hanno risposto all’appello. Così a sostenere la nostra squadra, oltre al coach francese François Poulain (Martino Ruggieri lavora come sous-chef al Pavillon Ledoyen di Parigi, tempio tristellato della nuova cucina francese, guidato da Patrick Alléno) sono arrivati a Torino in massa: i fratelli Cerea di Da Vittorio, Davide Oldani del D’O, Alfio Ghezzi dal Trentino, Marco Sacco dal Lago di Mergozzo, Davide Palluda dall’Enoteca di Canale, Giovanni Santini dal Pescatore di Canneto sull’Oglio (Mn), la pugliese Antonella Ricci, il presidente del Jre Italia, Luca Marchini, e tanti altri. Il gotha della ristorazione nel Buon Paese si è stretto attorno a un timido ragazzo pugliese, sicuro di sé grazie all’esperienza internazionale in un locale d’avanguardia. [foto sotto]

Martino Ruggieri ha voluto presentare piatti sorprendenti. Come ricetta con le verdure ha cucinato il “breakfast nella campagna pugliese”, con erbe e sapori mediterranei, dalla apparente semplicità e presentato ai giurati sotto una provocatoria cloche in piume di gallina, non esattamente consona a un piatto vegetariano. Invece il suo “vassoio” aveva un titolo un po’ alla Bottura, “il vitello che vuole essere tonno”: carne avvolta in uno strato sottile di riso a imitazione della pelle del pesce, con accanto una forma d’uovo realizzata con animelle di vitello. Il tutto presentato su una base costruita manualmente da Ruggieri e dal suo secondo, Curtis Malpas  utilizzando scarti di cucina, a simboleggiare la sostenibilità di una cucina che non spreca, sormontato da un polpo azzurro in ceramica di Albisola. Una costruzione un po’ inquietante, l’opposto della purezza eterea degli altri vassoi concorrenti. Noi giornalisti non abbiamo potuto assaggiare i piatti, naturalmente, ma a detta di Carlo Cracco (forse un giudizio di parte?) quelli italiani erano molto buoni. In effetti hanno avuto un punteggio ottimo, mentre la presentazione è stata stroncata.

La cucina italiana voleva cambiare il Bocuse d’Or, ma è stata castigata. Bisogna arrendersi? Hanno fatto male le istituzioni piemontesi a sostenere la semifinale? Probabilmente no, la visione è quella giusta. E finalmente la voglia di fare squadra, solitamente è propria dei cuochi francesi e spagnoli (quando erano trascinati da un genio come Ferran Adrià), ha contagiato anche noi. Dunque bisogna insistere. Ma forse pensare anche a qualche iniziativa un po’ più “nostrana”, che non sia succube di regole d’oltralpe. Nelle isole da anni si svolgono il Festival del Cous Cous e il Girotonno, in cui si esibiscono cuochi mediterranei, mentre la Barilla organizza ogni anno il Pasta World Cup. Il sogno sarebbe quello di dedicare a un grande della nostra cucina come Gualtiero Marchesi un concorso serio, dedicato alle nostre tradizioni culinarie mediterranee, rivisitate con creatività, ma senza stravolgerle.

[Articolo pubblicato su “Civiltà della Tavola”, luglio 2018, rivista della Accademia Italiana della Cucina]

Addio a Citrico: Beppe Rinaldi, un grande del Barolo

Ha lottato con dignità, ironia, coraggio contro la malattia che ce lo ha portato via. Ma non ce l’ha fatta, a pochi giorni dai suoi settant’anni, lasciandoci un grande vuoto: se ne è andato un grande del Barolo, Beppe Rinaldi. Tutti noi, gli amici da cinquant’anni, lo chiamavamo Citrico. Era un soprannome che gli era rimasto addosso dagli anni dell’Enologica, quando un compagno di classe lo definì uno “acido come l’acido citrico”, per il suo carattere intransigente, forte, mai banale.

Una foto di Beppe Rinaldi che ho scattato al Salone del Gusto nel 2012

Nel mio ultimo libro scritto con Carlo Petrini, “Slow Food, storia di un’utopia possibile”, avevo inserito un ricordo di Citrico sugli anni in cui il padre, Giovanni Battista Rinaldi, sindaco di Barolo di area laica in terra democristiana, uomo tutto d’un pezzo ma aperto al mondo, aveva concesso a quei matti d'”oltre Tanaro” – venire da Bra per un Langhetto è un po’ come giungere dalla Nuova Zelanda – di fondare nel Castello la “Libera e Benemerita Associazione Amici del Barolo”. Mi disse: “Mio padre sognava di poter fare qualcosa insieme a Petrini, ma fu fermato”. Gli feci avere il libro pubblicato da Slow Food Editore, nella nuova edizione del 2017, e quando lo andai a trovare due mesi fa,  mi rimproverò: “Potevi scrivere tante altre cose, dobbiamo riparlarne”. Lui era così, mai un compromesso, mai una frase di maniera. Lunghe pause, parole distillate come il suo grande Barolo che era difficile trovare, perché non avrebbe mai aumentato la produzione delle sue splendide vigne. La sua grande gioia era stata la scelta delle figlie Carlotta e Marta di continuare l’attività della cantina.

Dopo Bartolo Mascarello, suo cugino, e Baldo Cappellano, se ne va così l’ultimo degli “ultimi dei Moihcani” – così si erano descritti in una kermesse sul vino a Torino, in quanto barolisti tradizionali – e Beppe negli ultimi mesi si era di nuovo espresso con forza contro la scelta “scellerata” attuata dal Consorzio del Barolo di estendere ancora la zona di produzione del re dei rossi piemontesi. “Non dobbiamo fare come il Prosecco” aveva gridato, con ragione. Lo avevo cercato e mi aveva dato una piccola gioia, al telefono: “Ho letto il tuo libro sull'”Arte di bere il vino e vivere felici” e mi è piaciuto, sai… pochi fronzoli e un po’ di notizie vere per i giovani”. Non credevo alle mie orecchie, temevo il suo giudizio intransigente…

E’ difficile scrivere su Citrico.

Beppe Rinaldi, ultimo a destra, in una foto degli Anni ’80 con le Gemelle Nete e con Carlo Petrini. Sulla mitica Lambretta.

Con lui abbiamo condiviso tante avventure, ricordi, discussioni, bevute, visite al Castello quando era appena stato comprato dal Comune, assaggi in cantina, camminate tra le vigne davanti alla splendida casa costruita nel 1916 in mattoni rossi. No,  Citrico non si può descrivere. Nel libro “Storie di coraggio” di Oscar Farinetti, scritto con Simona Milvo, l’intervista con Beppe è una delle dodici dedicate ai grandi del vino. E’ da leggere. Ora il coraggio dobbiamo trovarlo noi, per farci una ragione del vuoto che ci lascia. Ha lottato, con a fianco la moglie Annalisa e le figlie Carlotta e Marta, le sue “femmine”. Mi rimane un rammarico: quel libro sulla vera storia del Barolo che avevamo sognato qualche volta di scrivere, non lo potremo fare insieme.

I draghi sulla tavola del Made in Italy

Gigi Padovani

I bambini sanno che i draghi esistono, ma le fiabe insegnano che si possono sconfiggere. E’ la morale che lo scrittore G.K. Chesterton trae dai libri per i bambini. E la metafora dei mostri cattivi si adatta anche per tutte le nefandezze che le agromafie (e non soltanto la criminalità organizzata, ma anche scienziati e industria senza scrupoli) scaricano sulla nostra tavola. Tanto da far titolare i loro libro – utilizzando il famoso passaggio di Shakespeare – C’è del marcio nel piatto! (Piemme, 214 pagine. 17,50 euro) a Gian Carlo Caselli e Stefano Masini.

Il primo è stato giudice istruttore a Torino, poi alla guida della Procura della Repubblica di Palermo e procuratore  generale a Torino, ed ora presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Masini è docente di diritto agroalimentare all’Università di Roma Tor Vergata, attualmente coordinatore della attività dell’Area Ambiente e Territorio della Confederazione Nazionale Coldiretti. Due grandi esperti che si sono cimentati in un libro che poteva essere noioso e difficile, e che grazie invece all’espediente narrativo delle favole risulta invece assai interessante, oltre che inquietante.

La mela avvelenata di Biancaneva è lo spunto per ricordare la strage del vino al metanolo che uccise 23 persone nel 1986, Alì Babà si confronta con i ladroni mafiosi, la lampada di Aladino è la pubblicità mendace che ci illude sul cibo, le etichette degli alimenti industriali spesso mentono come Pinocchio. Che disastro! A  leggere il libro di Caselli e Masini viene voglia di andare ad abitare in campagna (chi può farlo) e consumare soltanto i prodotti del proprio orto biologico. E’ davvero tutto così avvelenato e pericoloso? In realtà gli autori, molto correttamente, ricordano che il Made in Italy dell’agroalimentare dà lavoro a 2,5 milioni di persone e genera affari per 270 miliardi di euro, grazie alle produzioni di qualità che ci invidiano in tutto il mondo. Però questo nostro orgoglio di “italiani brava gente” capaci di offrire i migliori cibi non deve offuscare l’attenzione per le sofisticazioni e le emergenze alimentari che sono arrivate sulla nostra tavola, dalla diossina nel latte, alla peste suina, all’aviaria fino alle mozzarelle blu.

Del “Drago a tavola” si è parlato il 12 agosto 2018 in un piacevole reading con spettacolo al Forte di Exilles per il Festival Teatro & Letteratura organizzato per la stagione estiva nelle montagne valsusine da Tangram Teatro, con il sostegno della Regione Piemonte, del Mibact, di Smat e la collaborazione del Circolo Lettori e dell’Associazione Inoltra. Sul palco, con il magistrato Caselli, l’attore Paolo Hendel, che ha recitato la esilarante piece teatrale “Gola” di Mattia Torre, sul rapporto – non prorio risolto – tra gli italiani e il cibo. A condurre l’incontro l’attore di Tangram, Bruno Maria Ferraro, con l’aiuto delle letture dello scrittore Bruno Gambarotta[vedi foto in alto]

“Siamo un Paese che mangia senza se e senza ma”, ha esordito Hendel, ricordando che ci abbuffiamo con grande senso del dovere. A riportarci nella difficile realtà odierna, compresa la piaga del caporalato con la tragedia dei 16 braccianti africani morti nel Foggiano, è stato il dottor Caselli, che ha sciorinato i dati Eurispes che nel 2017 hanno individuato un giro d’affari delle agromafie di 21,8  miliardi di euro.

Che fare per fermare questi “draghi del cibo”? Caselli propone due soluzioni: la prima, rifare la legislazione alimentare in base alla riforma che la commissione istituita dal ministro Orlando del precedente governo ha consegnato al Parlamento alla fine della passata legislatura. “L’attuale normativa è inadeguata e desueta – dice il magistrato – e nella commissione che ho presieduto abbiamo lavorato per cambiare ciò che va modificato, in 49 articoli che mi auguro il nuovo Parlamento possa approvare. Sono anche stati presentati dei nuovi disegni di legge che recepiscono quelle norme, sia dal Pd sia dalla deputata del M5S Elena Fattori. Mi auguro che siano presto esaminate, per la tutela del nostro grande patrimonio agroalimentare e dei consumatori”.  La seconda proposta è quella dell’ “etichetta parlante” – che già Slow Food per esempio utilizza nei prodotti dei Présidi italiani – con tutti i dati riguardanti gli ingredienti, la loro origine geografica, il luogo di lavorazione, persino il prezzo pagato all’origine. Utopia? Se anche noi consumatori ci ricordiamo che “mangiare è un atto agricolo”, come ha scritto il poeta america Wendell Berry e che “il cibo non è soltanto merce, ma bene comune”, come scrive il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, nella prefazione al libro, allora forse l’utopia diventa davvero possibile.

Un commento di Carlo Petrini sul caporalato

 

Ne ho scritto sui social in questi giorni e ho letto molti articoli dopo la tragedia nel Foggiano con 16 braccianti africani (non migranti, contadini salariati), ma penso che questo commento di Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food International, riesca a spiegare meglio di ogni altro ciò che si deve fare. E circa i trasporti, la Regione Puglia applicando la legge sul caporalato varata dal governo pd, ha già stanziato 1 milione e mezzo di euro per avviare pullmini sicuri, ma gli agricoltori (di Coldiretti? di Cia? di Confagricoltura?) non hanno aderito. Non conviene.

……

Carlo Petrini
C’è voluta questa vergognosa doppia tragedia in Puglia per riportare l’attenzione su quello che è un fenomeno ancora
estremamente radicato nelle nostre campagne: lo sfruttamento della manodopera bracciantile. Una ferita figlia di un sistema distorto di cui, purtroppo, anche noi cittadini siamo complici, spesso inconsapevolmente. Immagino sia capitato a tutti di trovare “volantini” di ipermercati, supermercati e discount che pubblicizzano prodotti sottocosto, sconti imperdibili e altre meraviglie. A leggere determinati prezzi si rimane a bocca aperta, ma cosa c’è dietro tutto questo?
Un articolo di Stefano Liberti su Internazionale ha acceso i riflettori sul meccanismo delle aste a doppio ribasso, una pratica di acquisto ampiamente diffusa tra gli operatori della grande distribuzione organizzata (GDO) che mette in difficoltà, con un effetto domino, l’intera filiera agroalimentare. Attraverso due aste consecutive, i fornitori sono forzati a fissare prezzi sottocosto per i loro prodotti al solo scopo di “restare nel giro” e di non perdere il posizionamento in scaffale. Un meccanismo che ovviamente poi obbliga questi stessi fornitori a rifarsi sui produttori, e quest’ultimi sui lavoratori salariati, in un circolo vizioso che puzza dalla testa e che spesso si traduce in fenomeni come quello del caporalato e dello sfruttamento nei campi.
Dalla GDO il solito mantra sull’impotenza di fronte alla «cattiveria del mercato a cui purtroppo bisogna adeguarsi». In sintesi il mercato, che non si capisce da chi dovrebbe essere guidato e che ci viene narrato come disinteressato e imparziale, è il sovrano che detta un’unica legge: essere debole coi forti e forte coi deboli. La ragione alla base di tutto questo è chiara: il cibo è diventato pura commodity soggetta a una spregiudicata economia di scala che ha come fine ultimo solo e unicamente l’abbattimento dei prezzi. «Lo vuole il consumatore!», si dice. E allora la filiera del pomodoro non è l’unica a essere interessata dal fenomeno, ma si potrebbe parlare di quella del latte, dell’olio e persino del vino o di alcuni formaggi, inclusi eccellenze come il Parmigiano Reggiano. Il problema è che dietro a un barattolo di passata o di pelati a 0,80 euro al litro c’è un sistema produttivo che non può stare in piedi e che soprattutto non può dare qualità, né alimentare né sociale.
A perderci sono sia i consumatori che i produttori. I primi perché, dietro l’illusione della convenienza, si vedono propinati
prodotti che o non hanno standard qualitativi alti o nascondono situazioni umane non tollerabili o entrambe. I secondi perché sono schiacciati da un meccanismo perverso che li impoverisce e li pone in costante competizione al ribasso alimentando una guerra tra poveri. Senza dimenticare i danni agli ecosistemi che un’agricoltura totalmente improntata all’abbattimento dei costi provoca. Per questo serve una nuova visione da parte dei cittadini, non possiamo più accettare di essere abbindolati da prezzi che sono bassi solo nominalmente perché generano danno (e costi nascosti) al sistema economico e sociale. Dobbiamo richiedere prezzi giusti a fronte di una buona qualità, dobbiamo provare a incidere su filiere che penalizzano gli ultimi e
l’ambiente.
Tenendo ben presente, poi, che anche le politiche agricole sono decisive per delineare il sistema che vogliamo. A questo
proposito in Commissione europea è stata presentata una proposta di direttiva sulle pratiche commerciali sleali che mira a proteggere proprio quei piccoli che a oggi rischiano di venire schiacciati.  Se approvata, verrebbero finalmente introdotte regole più chiare per contrastare i metodi sleali come le aste al doppio ribasso e meccanismi di tutela sull’intera filiera, riducendo lo strapotere dei colossi della distribuzione. L’augurio è che i governi si facciano rapidamente carico di trasformare in realtà questa proposta.

[da Repubblica dell’8-8-2018]