di Gigi Padovani
Gli svizzeri della multinazionale Lindt, proprietaria del marchio Caffarel, si mettono di traverso e bloccano le procedure per il riconoscimento del Gianduiotto di Torino IGP. Il 23 marzo scorso c’era stato l’incontro finale al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF), dopo una lunga trattativa tra il Comitato promotore di cioccolatieri torinesi, composto da quaranta tra artigiani e piccoli industriali, e gli oppositori del nuovo marchio, con la partecipazione della Regione Piemonte, con il presidente Alberto Cirio, e del ministro Francesco Lollobrigida.
«Sembrava fatta, si aspettava soltanto la decisione finale della Commissione UE di Bruxelles, si pensava di ottenere il riconoscimento europeo entro quest’anno…», racconta l’esterrefatto presidente del Comitato per il Gianduiotto di Torino IGP, il maestro cioccolatiere torinese Guido Castagna, recentemente premiato per il “miglior cioccolatino” mediterraneo dall’International Chocolate Awards Craft Chocolatier 2026. «Tutte le opposizioni alla nostra proposta erano state respinte – spiega Castagna – e anche gli svizzeri della Lindt si erano impegnati a lasciar proseguire l’iter, perché avevano ricevuto rassicurazioni circa la possibilità di poter continuare a usare il loro marchio storico “Gianduia 1865 – L’autentico Gianduiotto di Torino”. Invece hanno stracciato l’accordo e presentato ricorso al TAR del Lazio, rimettendo tutto in discussione, compresa la ricettazione. In pratica chiedono di poter usare la polvere di latte nel disciplinare, quando invece è dimostrato che la formula originaria non conteneva nient’altro che nocciole, cacao e zucchero».

I funzionari del lussemburghese Christophe Hansen, il commissario europeo all’Agricoltura (ex eurodeputato del PPE) dovranno così aspettare che i giudici del TAR del Lazio si pronuncino sul ricorso presentato a sorpresa dal CEO della Lindt Italia, Benedict Riccabona, che dal 2022 ha incorporato del tutto la Caffarel (sede storica in Val Pellice, vicino a Torino, a Luserna San Giovanni) per poter decidere. In venti pagine di ricorso contro ministero dell’Agricoltura, Regione Piemonte e Comitato promotore, uno stuolo di avvocati milanesi (Elena Martini, Luigi Manna, Margherita Orsola Stucchi e Pasquale Cerbo, domiciliati a Roma dall’avvocato Pasquale Cerbo, docente di Diritto Amministrativo) rimettono tutto in discussione: non si accontano del riconoscimento, esplicitamente previsto, del loro marchio storico.
Sono le caratteristiche del Gianduiotto di Torino IGP a non piacere agli svizzeri (la filiale italiana di Lindt ha sede a Induno Olona, in provincia di Varese): secondo il disciplinare degli artigiani torinesi (sostenuti anche dalla Domori del Gruppo Illy) ogni prezioso lingottino di cioccolato a forma di barchetta deve contenere nocciola Piemonte IGP tostata (dal 30% al 45%), zucchero semolato (dal 20% al 45%) e cacao in varie forme (minimo 25%); rimane escluso il latte in polvere, che non era nella ricettazione originale; inoltre si potrà produrre soltanto nel territorio della Regione Piemonte. Forse la multinazionale elvetica (al nono posto della graduatoria mondiale di produttori di cioccolato, guidata da Mars, Mondelēz e Ferrero) aveva in progetto di confezionare i gianduiotti nel loro stabilimento di Kilchberg, vicino a Zurigo? Oppure a Induno Olona, dove si producono migliaia di tonnellate di Lindor?
Purtroppo la “scioglievolezza” dei Maître Chocolatier svizzeri questa volta ha lasciato posto all’irragionevole “muro contro muro”, sulla base di venti pagine di cavilli giuridici e di errate considerazione storiche e tecniche. Tra le chicche: si scrive che il gianduiotto “estruso” non viene ammesso dal disciplinare e che è possibile realizzarlo soltanto con la polvere di latte. Entrambe notizie errate.
I maestri artigiani hanno avviato l’iter quasi dieci anni fa, nel 2017. Ora, a un passo dal traguardo finale – nonostante abbiano avuto il sostegno del ministero, della Regione e con l’Unione Italiana Food (presieduta da Paolo Barilla) ormai impossibilitata a fare opposizione – dovranno aspettare ancora la decisione dell’immancabile TAR del Lazio. E con loro i consumatori italiani, per avere una garanzia in più quando gustano un Gianduiotto autentico.
Il Vermouth di Torino IGP, invece, ce l’ha fatta già da un po’, con un riconoscimento che ha messo d’accordo grandi industriali e piccoli produttori. Dice Castagna, amareggiato: «Noi siamo bugia nen, secondo il significato storico, non arretriamo di fronte al nemico… come sul Colle dell’Assietta nel 1747, di fronte ai francesi».
