[L’articolo che pubblicai un anno fa]
di Gigi Padovani – da “La Stampa” del 25 aprile 2025
“Oggi di nuovo circolano ogni sorta di voci: generale, quella dell’imminenza dell’azione partigiana su Torino. Stanotte, più probabilmente: i camion tedeschi continuano a partire a gran forza”. Così scrive l’industriale antifascista Carlo Chevallard nel suo diario alla data 25 aprile 1945 (pubblicato nel 1974 come “Cronache del tempo di guerra”). Ottant’anni fa, Torino vive una giornata ancora drammatica e confusa: dovrà aspettare fino al 28 aprile per definirsi davvero libera dai nazifascisti.
Nel 1947 il governo De Gasperi stabilì per legge il 25 Aprile come giornata celebrativa della fine della guerra e della Liberazione del Paese. In realtà non tutte le città del Nord Italia si sono liberate in quella data: il 21 aprile è stata la volta di Bologna, il 22 di Modena, il 24 di Reggio Emilia, La Spezia, Genova, Asti, il 25 di Savona e Milano. E infatti nel capoluogo lombardo – dai microfoni clandestini di una radio di fortuna ospitata nel Collegio dei Salesiani in via Copernico – mercoledì 25 aprile 1945 il socialista Sandro Pertini, destinato a diventare Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, legge l’ordine di insurrezione contro i nazifascisti: «Cittadini, lavoratori, sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma “arrendersi o perire”».
Questo è il proclama ufficiale emanato dal Comitato di Liberazione Alta Italia, del quale fanno parte liberali, democristiani, azionisti, socialisti, comunisti e ufficiali rimasti fedeli al re. Il sovrano, nel frattempo, era tornato a Roma, mentre il governo, con gli stessi partiti del ClnAi, ha come presidente del Consiglio l’avvocato settantenne Ivanoe Bonomi, liberale.
Nei cortili delle fabbriche occupate dai militanti antifascisti, lungo i viali industriali, tra le biciclette dei sappisti e i fucili nascosti sotto i cappotti, si aspetta la rinascita della città dopo seicento giorni di guerra civile. A Torino l’alba segna l’inizio della rivolta. Nei capannoni della Fiat, alle Ferriere, alla Grandi Motori, alla SPA, alla Lancia, alla Incet, le sirene non suonano per il cambio turno: suonano per chiamare alla lotta. Secondo l’ordine “Aldo dice 26 x 1”, l’insurrezione dovrebbe scattare all’una di notte dell’indomani, ma la città ha anticipato. Alle 9 del 25 aprile 1945 le prime fabbriche sono occupate. Alle 14, la Grandi Motori è in mano ai sappisti. Alle 16, i rapporti parlano chiaro: le principali officine del gruppo Fiat sono presidiate dai lavoratori in armi.
I combattimenti si estendono a nord della città. I sappisti della VII brigata difendono la stazione Dora. Requisiscono un convoglio di viveri e fanno prigionieri diciotto soldati tedeschi. Ilio Baroni, “Moro”, e Florindo Terzuolo, “Baritono”, guidano i distaccamenti. La battaglia intorno al nodo ferroviario è feroce: i tedeschi accerchiano i partigiani. Una staffetta corre alle Ferriere. Baroni non esita: guida il contrattacco, sblocca l’accerchiamento, ma cade sotto il fuoco nemico, come Baritono. I loro corpi rimangono tra le rotaie. Ma la stazione è salva.
Le fabbriche sono diventate roccaforti. I sappisti entrano ed escono per delle sortite offensive. Nella carrozzeria Garavini, cinquanta operai si chiudono dentro e trasformano una 1100 Fiat in un mezzo da combattimento. Le portiere diventano scudi. La guerriglia si sposta nelle strade.
Le donne non restano a guardare. Nelle fabbriche ci sono molte operaie. I Gruppi di Difesa organizzano le case popolari in centri di primo soccorso. A Borgo Vittoria, in Barriera di Milano, nelle cucine si medicano i feriti. Nelia Benissone, la “Vittoria”, attraversa Torino in bicicletta sotto le pallottole, coordina, distribuisce armi, dà ordini.
Ma mentre gli operai sono in armi, le forze partigiane sono ferme. È il grande giallo di quel giorno. Tremila uomini della Garibaldi, millecinquecento delle Matteotti, altrettanti delle formazioni di Giustizia e Libertà e gli Autonomi sono pronti a intervenire, ma un messaggio li blocca: «Non procedere verso gli obiettivi in città, se non dietro specifico ordine del Comando Piazza».
È scesa la sera, sono le 21. Barbato, cioè il comandante Garibaldino Pompeo Colajanni, legge il telegramma con sgomento. Il messaggio è firmato da ufficiali britannici della missione Soe (i servizi segreti di Sua Maestà: Special Operations Executive) e viene giustificato con il timore di un’offensiva tedesca delle 34° e 5° Divisione Wehrmacht, forti di 40 mila uomini, mezzi corazzati, artiglieria, comandate dal veterano, il generale Ernst Schlemmer. Torino sarebbe troppo esposta, «rischia di fare la fine di Varsavia» (la capitale polacca nel 1944 pagò con 16 mila morti una rivolta anticipata rispetto all’arrivo delle truppe sovietiche). In realtà, gli inglesi temono l’insurrezione, hanno paura che la città cada «nelle mani dei comunisti». Non vogliono che Torino diventi una seconda Varsavia. E inoltre c’è un drammatico precedente ad Atene. Il contrordine che ferma i partigiani, infatti, è firmato dal colonnello del Soe, John Melior Stevens, 32 anni, che nel 1944 si era fatto paracadutare in Piemonte, dopo essere stato un anno in Grecia, dove aveva vissuto la guerra civile tra comunisti e altre forze democratiche della Penisola Ellenica. È probabilmente quell’esperienza che lo convince a diffidare del Pci. Del resto Churchill a Londra era stato molto imbarazzato dai fatti di Atene, quando le truppe di Sua Maestà furono costrette ad aprire il fuoco sui partigiani, nel gennaio 1945. Togliatti però in Italia aveva dato altre disposizioni al partito: si deve mantenere l’unità nazionale antifascista, senza velleità di conquista del potere proletario.
Sulle colline intorno a Chieri sarà di nuovo il coraggio del comandante Barbato a far superare l’empasse: l’indomani darà l’ordine di avanzare. Ma potrebbe essere troppo tardi. Torino aspetta. Nelle vie ancora buie, si avvertono gli echi lontani dei colpi. Qualcuno canta piano “Fischia il vento”. Qualcun altro dorme su una giacca arrotolata, tra le presse e i torni. L’alba porterà la verità: se l’insurrezione avrà successo o se sarà stata tradita.
