Recensioni

Corriere della sera - IO Donna
Aldo Grasso

Il nuovo libro di Carlo Petrini, l’uomo che da 30 anni combatte contro il trash food

Si intitola "Slow Food - Storia di un’utopia possibile" e racconta la nascita di un movimento che si oppone alla frenesia del fast food, rivendicando il diritto a mangiare bene, sano e con lentezza. Nell'era degli chef in tv, a che punto è la cultura del cibo in Italia? Parliamone su Facebook

Compie 30 anni la parola “Slow Food” e con essa l’intuizione di Carlo Petrini di un movimento nato come Arcigola e che poi, sotto il simbolo della chiocciola, ha fatto tanta strada sia in Italia che nel mondo. Sono passati tre decenni da quando il 3 novembre 1987 Il Gambero Rosso, all’epoca supplemento settimanale del quotidiano il Manifesto, pubblicava il Manifesto Slow-Food. Quell’inserto debuttava con molte firme prestigiose, oltre a quelle di Carlo Petrini e Stefano Bonilli (fondatore del Gambero Rosso) – che dirigevano insieme quelle pagine – e del direttore Valentino Parlato, di intellettuali e dirigenti politici: Folco Portinari (che slow-food-petrini-copertinamaterialmente scrisse l’appello), Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Ermete Realacci, Sergio Staino, come ricorda ora il libro Slow Food – Storia di un’utopia possibile di Carlo Petrini in conversazione con Gigi Padovani.

 
La Repubblica
Eleonora Cozzella

Buon compleanno Slow Food, la rivoluzione lenta e golosa iniziata 30 anni fa

Il 3 novembre 1987 "Il Gambero Rosso" (allora supplemento del Manifesto, pubblicava il manifesto dell'idea-movimento che ha cambiato la percezione del cibo, prima in Italia e poi nel mondo. Seguici anche su Facebook

Ha cambiato il punto di vista sul cibo, ha creato per gli agricoltori e i piccoli artigiani del gusto una rete"Terra Madre" per cercare un posto al sole e riuscire a restare sul mercato ormai globalizzato, è diventato simbolo di buona tavola e buone scelte per fare la spesa: Slow food, intuizione di Carlo Petrini e del gruppo di amici-commensali che in principio si chiamavaArcigola, è diventato in 30 anni un movimento, quello della chiocciola, su scala globale.
Trent'anni esatti dalla pubblicazione del manifesto di un supplemento de Il Manifesto. Si, perché il concetto di slow food appare il 3 novembre 1987come ideale programmatico sul Gambero Rosso, che all’epoca era un inserto gastronomico, creato da Stefano Bonilli, dello storico quotidiano comunista.

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WineNews

LIBRI SOTTO L’ALBERO? CON I CONSIGLI DI WINENEWS, PER NATALE, ECCO 10 VOLUMI PER FOOD & WINE LOVERS

Programmi Tv che, dal vino alla cucina, riempiono i palinsesti, protagonisti dell’enogastronomia italiana testimonial delle cose tra le più disparate, chef ormai personaggi pubblici e vere e proprie star, e tanti, ma tanti, eventi dedicati al vino. Come districarsi in questo mondo complicato? 

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Identità golose

Letture squisite, terza parte

Trent'anni di storia buona, pulita e giusta
«Perché ha un senso ricostruire quella storia e ricordarla oggi, trent’anni dopo? Perché senza quell’esperienza di Slow Food che ha “”spaccato il terreno” della gastronomia, rendendola popolare, non ci sarebbe tutta l’attenzione mediatica verso la cucina». Scrive così, proprio sulle pagine di Identità Golose, il giornalista Gigi Padovani, spiegando l'idea di raccontare, insieme a Carlo Petrini, tre decenni di storia di Slow Food, partendo dall'appello pubblicato sulle pagine del Gambero Rosso, allora inserto del Manifesto. (leggi l'articolo di Gigi Padovani)

Carlo Petrini Gigi Padovani, Slow Food. Storia di un’utopia possibile, Giunti-Slow Food Editore, pagg 356, 18 euro 

 
La Gazzetta dello Sport - Gazza Golosa
Daniele Miccione

Libri da regalare: Petrini, la dieta delle feste e il cioccolato

Carlo Petrini in conversazione con Gigi Padovani
Slow Food, storia di un’utopia possibile
350 pagine – 18 euro (Slow Food Editore)
C’è un solo uomo in Italia capace di segnare una via etica al cibo, ridotto da un lato a spettacolo tivù dall’altro a commodity sempre presente sui mercati. Invece ci sono le stagioni, i produttori che non guadagnano abbastanza, i clandestini sfruttati nelle campagne, le agromafie, le filiere che arricchiscono solo gli intermediari. Questo uomo è Carlin Petrini, il fondatore e l’anima di Slow Food. In questo libro ripercorre la storia del movimento in una conversazione con Padovani. Una specie di biografia ufficiale di Slow Food che incrocia la storia personale di Petrini e arriva ai giorni nostri, alle straordinarie invenzioni di Terra Madre e dell’Università di Pollenzo. Da leggere.

 
Leggere Tutti
Carlo Presti

Storie di pizza, pizze  e di cavoli a merenda

Il mondo dell’agricoltura e del cibo in una selezione di saggi, resoconti e reportage in libreria.

Cardi e carciofi, topinambur, cavoli, pastinaca, carote, piselli, pomodori, fagioli, zucche, peperoni: quando si mangia la verdura, si inghiotte la storia del mondo. In un ortaggio si incontrano la grande Storia e la storia dei ricordi di ognuno di noi: le conquiste, la via delle spezie, l’apertura di passaggi marittimi, il commercio tra gli Imperi, l’economia, la diplomazia e la politica mescolati a racconti di madri e padri, di nonne e nonni, cucine e dispense piene di sapori. Senza ombra di dubbio è proprio il flusso della storia del mondo che emerge chiaro dalla lettura della “Favolosa storia delle verdure” di Eveline Bloch-Dano, giornalista e scrittrice che finora s’era occupata di biografie di grandi donne. E, del resto, come scrive il New York Times, “questa biografia delle verdure è raccontata come una movimentata storia di essere umani”. Nel libro c’è un capitolo dedicato all’Italia, alla Sicilia e ai suoi mercati da tempo meta delle vacanze e luogo del cuore dell’autrice.

Ancora di storia “alta” si parla a proposito di “A che ora di mangia?” di Alessandro Barbero che dimostra come “la realtà è che gli orari dei pasti sono una costruzione culturale e cambiano non solo da un paese all’altro, ma da una classe sociale all’altra e anche da un’epoca all’altra”.

Tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento l’aristocrazia a Londra e a Parigi modificò gli orari dei pasti quotidiani. Il pranzo, considerato all’epoca il pasto principale del giorno, venne consumato sempre più tardi, fino alle cinque, alle sei, alle sette del pomeriggio, mentre veniva introdotta una robusta colazione, il déjeuner à la fourchette, a metà mattinata, e scompariva la cena serale. Il fenomeno, finora mai studiato, è interessante per lo storico come per il linguista, giacché provocò dei mutamenti nella designazione dei pasti che sono ancora oggi oggetto di discussione fra i parlanti; ed è significativo anche per la critica letteraria, dal momento che certi dettagli delle abitudini sociali nel romanzo dell’Ottocento sono incomprensibili se non in questa luce.

E assai divertente per chi ama la lingua (quella parlata e non solo quella gustativa) è il saggio di Paolo D’Achille “Che pizza!”. “Pizza - spiega il docente di linguistica a Roma Tre - è oggi una delle parole italiane più diffuse nel mondo e il suo successo si lega alla fortuna internazionale della «cosa» che designa: una succulenta specialità della cucina napoletana, che – nelle sue forme più diverse – piace ormai a tutte le latitudini.

Ma in gastronomia «pizza» indica anche altri piatti, sia salati sia dolci, e ad altri tipi di pizze si riferiscono le attestazioni più antiche del termine. Il libro ricostruisce la storia di «pizza» e della pizza – della parola e della cosa – e disegna una mappa degli usi metaforici del termine, come quello tipico del romanesco, te do du’ pizze per intendere due schiaffi, o quello dell’esclamazione che pizza!.

Una storia recente – anche se ancora in corso – è quella di Slow Food, “un’utopia possibile” raccontata da Carlo Petrini, il fondatore, in una conversazione col giornalista e saggista Gigi Padovani. Il grande merito di Padovani è aver saputo trasformare quasi in un ricco romanzo le tappe e i protagonisti di una lunga rivoluzione. «Chi semina utopia raccoglie realtà» ama citare Petrini: il libro racconta la storia di un percorso che nel nome di grandi ideali ha cambiato per sempre il nostro modo di intendere il cibo.

Da imprenditore di successo a narratore e divulgatore di storia (e di ottimismo) il percorso non è comune. A meno che ti chiami Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, che con “Ricordiamoci il futuro” torna sui grandi temi che gli stanno a cuore: in primis quelli della biodiversità e dell’eccellenza italiana nel campo agroalimentare. Lo fa con racconti in cui personaggi spesso appartenenti a epoche diverse - da Noè a Plinio il Vecchio a Tonino Guerra, da Hemingway ad Alice, “acciuga filosofa” - dialogano sulla scoperta del fuoco, ripercorrono la storia dell’agricoltura, raccontano la storia del vino, della birra, dell’olio e quella della pesca, si interrogano sul rapporto fra gli uomini e gli animali e provano a immaginare un futuro sostenibile.

Infine, non sembri strana in questa carrellata di saggi storici, la nuovissima edizione di uno dei long-seller più apprezzati di Slow Food Editore: Vitigni d’Italia. Una guida che cataloga i vitigni italiani e li racconta attraverso dettagliate schede che ne riportano la storia, la diffusione, le caratteristiche della pianta e dei vini che ne derivano. Per ciascuna voce è, inoltre, indicato il territorio di diffusione. Completano la guida cenni di storia dell’ampelografia italiana, un glossario dei termini tecnici e la relazione vitigni-doc e vitignidocg grazie a una chiara tabella riportata nelle ultime pagine del volume. Aiutano la consultazione tre indici: il primo dedicato ai vitigni, il secondo dedicato ai sinonimi (molte voci hanno anche più equivalenti legati a differenti località) e l’ultimo dedicato alle immagini.

 
Il Tirreno

L'utopia possibile di Slow Food ha 30 anni

Slow Food ha 30 anni. Era il 3 novembre 1987 quando Il Gambero Rosso, allora un supplemento settimanale del Manifesto, pubblicava il manifesto Slow Food intitolandolo ”Una proposta rivolta a tutti coloro che vogliono vivere meglio”. A scriverlo fu Folco Portinari, ma rappresentava la felice intuizione di Carlo Petrini e di un gruppo di intellettuali amanti della tavola ”buona” come Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Ermete Realacci e Sergio Staino, solo per citarne  alcuni. Erano, quelli, gli anni in cui in Italia aprivano i primi fast food travolgendo la tradizione alimentare del Bel Paese, il periodo in cui in tivù andava forte il personaggio del ”paninaro” Giorgio Faletti. I fast food da una parte, dunque, con locali storici che abbassavano la saracinesca per trasformarsi in templi dell‘hamburger e dall‘altra la geniale e coraggiosa idea di Petrini e dei suoi compagni d‘avventura uniti nella missione di fare una nuova cultura del cibo. Il successo del movimento che da Bra è arrivato a creare una rete presente in 160 Paesi del mondo, è sotto gli occhi di tutti. E per conoscerlo in tutte le sue pieghe in libreria c‘è l‘interessante racconto di Gigi Padovani in conversazione con Carlo Petrini ”Slow food, Storia di un‘utopia possibile”. (.p)     

 
Identità golose

Vi racconto i 30 anni di Slow Food, una bella storia italiana

Gigi Padovani firma con Petrini la "biografia" del movimento nel trentennale della fondazione. E ne scrive per Identità

In televisione, di cuochi e di cucina, neanche l’ombra. Corrado su Canale 5 alle 13 presentava Il pranzo è servito, ma era una trasmissione a quiz. Qualche anno prima Stefano Bonilli aveva condotto Di tasca nostra, dedicata ai consumatori, ma se ne erano perse le tracce. La Ristoranti d’Italia dell’Espresso, ispirata alla Gault&Millau francese, era una guida per addetti ai lavori: la dirigeva una famosa “barba finta” (come si definivano gli agenti segreti), Federico Umberto D’Amato, dall’identità sconosciuta ai più, in quanto capo dell’Ufficio affari riservati del Viminale. Sui quotidiani c’era la pagina dedicata all’agricoltura: su quella de La Stampa vi scrivevo ogni tanto di vino. L’unica rivista specializzata con una certa diffusione nazionale era la storica Cucina Italiana, con tante ricette e poche notizie. Quando il 16 dicembre 1986 uscì quell’inserto di otto pagine, all’interno de il manifesto, fu accolto con scetticismo. Quanto durerà?

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Gambero Rosso
Antonella De Santis

30 anni fa il Gambero Rosso pubblicava il Manifesto Slow Food. Ecco cosa diceva

A distanza di 30 anni dalla prima uscita sulle pagine del Gambero Rosso, pubblichiamo di nuovo il Manifesto Slow Food.

Era il 3 novembre 1987 quando Il Gambero Rosso, all'epoca supplemento del quotidiano Il Manifesto, pubblicava a sua volta un Manifesto, quello di Slow Food. A firmarlo gente come Dario Fo e Francesco Guccini, Sergio Staino e Valentino Parlato e un altro gruppetto di teste pensanti e capaci di un approccio trasversale come Folco Portinari, Gina Lagorio, Enrico Menduni e altri. Oltre ovviamente a Carlo Petrini e a Stefano Bonilli. Furono loro a metter su quella think task quanto mai eterogenea destinata ad avere un'influenza che – nella politica e ella cultura – probabilmente non ha avuto pari.

A leggerlo ora quel manifesto, quella collazione di intenti aerei e utopie, quell'elenco di NO al mondo così come si presentava sul finire degli anni '80, il mondo della velocità come valore supremo cui si intendeva contrapporre quello della lentezza, lascerebbe presupporre un programma astratto fatto di ideali più che di idee concrete. Qualcosa destinato a smuovere gli animi più che a creare un effettivo cambiamento nella vita delle persone. E invece non è stato così. Quel manifesto è forse il più fulgido esempio di utopia fatta storia, di rivoluzione mossa da un sentimento di equità e cambiamento di valori che ha avuto un impatto a valanga su tutto il mondo. Più di un movimento politico, più di una corrente culturale, più di una religione, Slow Food è stato capace di convogliare energie e pensieri e operare un cambiamento di risonanza planetaria: milioni di persone, contadini, artigiani, cuochi, imprenditori in 160 paesi del mondo hanno aderito più o meno consapevolmente alle istanze lanciate il 3 novembre 1987 per un cibo buono, pulito e giusto (ma questo slogan sarebbe arrivato solo dopo). E tutto a partire da frasi (nate dalla penna di Folco Portinari) come “contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di una adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento” e ancora “lo slow-food è allegria, il fast-food è isteria” in uno stile visionario e ispirato che a tratti occhieggia quello di certi manifesti artistici del primo novecento.

 
il Manifesto
Gigi Padovani

Compagni e buongustai. Così nacque Slow Food

Erano otto pagine all’interno de il manifesto, un inserto settimanale dal titolo un po’ ammiccante, Gambero Rosso, preso in prestito dall’osteria inventata da Carlo Lorenzini in Pinocchio.

Il primo numero, diretto da Stefano Bonilli, uscì il 16 dicembre 1986. Tra i collaboratori c’era anche Carlo Petrini, da Bra, leader politico e animatore culturale dell’Arci: aveva fondato l’Arcigola, sezione di «militanti» dediti alla critica gastronomica e alla ricerca del piacere del cibo.

Il loro ragionamento, rivoluzionario per quell’epoca di edonismo reaganiano post-sessantottino, era semplice: perché i compagni devono mangiare male? Chi ha detto che a sinistra, tra le costine bruciacchiate delle feste dell’Unità e il vino di bassa qualità delle osterie cantate da Guccini, è vietato ricercare il piacere nel gustare le specialità migliori? Perché lasciare la gastronomia ai notai e agli avvocati ricchi dell’Accademia Italiana della Cucina?

Da quei concetti nacque un neologismo che ha cambiato per sempre il linguaggio del cibo: «Slow-food», scritto allora con il trattino.

Tutto ebbe inizio trent’anni fa, per reazione all’apertura «blasfema» di un fast food McDonald’s in pieno centro di Roma, a piazza di Spagna. A quel tempo il gruppo dell’Arcigola braidese si riuniva in un’osteria delle Langhe, l’Unione di Treiso (c’è ancora) e durante una di quelle cene, tra tajarin e buon Barolo, Folco Portinari, allora regista Rai, critico e poeta raffinato, ebbe l’intuizione giusta.