Aiutiamo chi aiuta: il Banco Alimentare

Nel dicembre del 2011 mi telefona l’amico Roberto Cena, allora presidente del Banco Alimentare del Piemonte, per chiedere a Clara ed a me di indicargli “un cuoco stellato” in grado di cucinare per mille bisognosi, tra Natale e Capodanno: un’idea condivisa con il Comune di Torino, attraverso l’allora assessore alla cultura del Comune di Torino, Maurizio Braccialarghe (purtroppo scomparso). Ribattei a Cena: “Mi sembra un’impresa impossibile! Mancano venti giorni a Natale…”. Però ci siamo riusciti. Abbiamo trovato l’entusiastica adesione di ben quattro chef, non uno. Erano Stefano Gallo del ristorante «Barrique» a Torino, Giovanni Grasso e Igor Macchia della «Credenza» a San Maurizio Canavese, e Mariangela Susigan della «Gardenia» a Caluso.

[Nella foto in alto, una delle edizioni della cena, presso il PalaIsozaki di Torino]

Poi la cena “Auguri a mille” proseguì negli anni. Clara ed io abbiamo sempre dato una mano, se eravamo a Torino, con l’aiuto anche dei cioccolatieri che hanno portato le loro specialità per il fine pasto. Vi hanno collaborato ancora tanti amici chef. Ultimamente abbiamo dovuto sospendere la manifestazione per problemi logistici, ma si spera di poterla organizzare ancora, in sicurezza.

Quella telefonata di  Roberto Cena, che mi diede la possibilità di dare una mano per un’iniziativa benefica – che per una sera aveva ridato dignità e felicità a mille indigenti -, mi portò nell’orbita del Banco Alimentare del Piemonte. Una onlus che non conoscevo. Da laico, da giornalista e comunicatore, da esperto dell’agroalimentare in questi anni ho dato un contributo, dopo che il nuovo presidente Salvatore Collarino mi ha chiesto di entrare nel suo team come componente del Direttivo regioanle. E con Vilma Soncin, direttore della struttura, Maria Chiara Lignarolo per i progetti e l’ufficio stampa, Maurizio Comoglio (ex vicepresidente) e tanti altri volontari di grande professionalità ed esperienza, ho potuto conoscere ed apprezzare immensamente una realtà straordinaria: una macchina caritatevole, ma efficiente come un’azienda.

Volontari al lavoro nel magazzino di Moncalieri dopo una Colletta Alimentare

Ieri, da remoto, abbiamo tenuto la riunione del Direttivo per discutere e approvare il bilancio del 2019. Nella relazione che l’accompagna vi sono elencati gli straordinari risultati raggiunti l’anno scorso, che voglio condividere prima che sia pubblicato il bilancio sociale.

Nella foto, la Colletta Alimentare in un supermercato di Torino: il presidente del Banco Alimentare del Piemonte, Salvatore Collarino, con la sindaca di Torino, Chiara Appendino

DETTAGLIO RISULTATI 2019

 6.811 tonnellate di cibo totali distribuite di cui:
 1.514 tonnellate di alimenti forniti da AGEA
 2.538 tonnellate di alimenti da progetto Siticibo
 1.209 tonnellate di alimenti da donazioni della grande industria
 770 tonnellate di alimenti raccolte durante la Giornata della Colletta Alimentare
 124.252 piatti pronti recuperati dalla grande ristorazione collettiva.

A questi risultati, che valgono circa 20 milioni di € di aiuti alimentari per oltre 100 mila piemontesi, ora si aggiunge naturalmente l’attività messa in campo per rispondere all’emergenza Covid19, grazie al sostegno delle Fondazioni (Crt, Sanpaolo, ecc), della Regione Piemonte, del Comune di Torino ecc.
Eccole:

1. attivazione di una rete di trasporti terzi specifica per garantire il rifornimento di prodotti alle strutture caritative impossibilitate ad effettuare autonomamente il ritiro presso la sede di Moncalieri e i nostri 4 magazzini regionali;
2. potenziamento delle collaborazioni territoriali per la gestione dell’emergenza;
3. potenziamento dell’operatività di magazzino attraverso l’aumento dell’orario di servizio e degli addetti.

L’emergenza sanitaria per il Coronavirus sta diventando sempre più emergenza sociale ed alimentare. Mi conforta sapere che la rete del Banco Alimentare in Italia e in Piemonte è attiva.

Un’immagine della festa al Banco Alimentare per il trentennale, giugno 2020, con la Disco Soup

E sono onorato e orgoglioso di poter dare una mano, ringraziando tutti i volontari, compresa la Condotta Slow Food di Torino con il fiduciario Oliviero Alotto per aver dato il suo contributo. E grazie a Marco Fedele e ai suoi amici dj, oltre agli studenti dell’Unisg di Pollenzo, guidati da Ottavia Pieretto (che si è appena laureata in remoto, congrats) per la festa del trentennale, celebrata anche con la Disco Soup e l’aiuto di tanti chef, come Fabrizio Tesse, Marco Miglioli, Alessandro Mecca, Mauro Virdis, Luca Taretto, Silvia Ling, e molti altri (mi scuseranno quanti non ho ricordato).


Aiutate il Banco Alimentare anche voi

https://www.bancoalimentare.it/it/torino

Il 20 aprile 1964 fu il “N-Day”

Il 20 aprile, «N-day»

Pubblico due paragrafi del mio libro “Nutella un mito italiano” pubblicato nel 2004 da Rizzoli per i 50 anni della crema da spalmare più famosa del mondo . Un resoconto dell’Italia negli Anni Sessanta.

E’ nata il 20 aprile 1964 in una mattina fredda e piovosa nell’ultimo giorno dell’Ariete. Un segno zodiacale che, secondo gli astrologi, ha caratteristiche tutte positive: ardore, spirito d’iniziativa, fierezza, audacia, fiducia in se stessi. Ma nello stesso tempo è molto sensibile. E leale. Siamo tutti figli di Nutella, confessiamo, stregati da una dolcezza infinita. Di un mito si può scrivere, difficile spiegarlo. Sono molti gli elementi che hanno contribuito al successo: la ricetta, il marchio – primo esempio di naming (la tecnica per battezzare un prodotto) dal respiro internazionale – perfino il packaging. Grazie anche ad un barattolo originale e sinuoso, il prodotto è vissuto come contenitore di significati positivi e di valenze emozionali.

Sulle pagine di pubblicità dei settimanali dell’epoca la Nutella era presentata, in due confezioni da 110 e 160 lire, come una «delizia da spalmare sul pane». Nell’immagine stampata dai rotocalchi spiccava una fetta di uno sfilatino casereccio, appoggiata su un bicchiere in vetro riempito di crema. Un messaggio rivolto alle mamme, con due obiettivi: far loro dimenticare il «peccato» di gola commesso con l’acquisto, grazie al bicchiere in omaggio da riutilizzare in tavola, e tranquillizzarle sul piano nutrizionale. Con il rito della spalmata – che impediva ai ragazzi di mangiare la cioccolata e buttare il pane – i loro figli si sarebbero nutriti con «le sostanze più sane che ci regala la natura» attraverso una merenda «golosa per ogni età».

Ma come si arrivò al battesimo della Nutella? Fu Michele Ferrero a inventare e a dare le ali ad un prodotto che fin dal 1951 si vendeva in tutta Italia, la Supercrema: una conserva vegetale a base di nocciole che già era la primaa evoluzione del prodotto creato dal padre Pietro. Era un «dolce dei poveri» a basso prezzo al sapor di cioccolato, il «Giandujot», confezionato in pani da tagliare con il coltello: a base di surrogato, d’estate si scioglieva e d’inverno diventava una mattonella rigida, eppure diede la felicità a tanti scugnizzi del Meridione, facendo loro apprezzare il gusto dolce. Fu la Nutella a fare la fortuna di quella famiglia di pasticcieri. Verso la metà degli Anni Sessanta, la Ferrero era già un’industria di primo piano, il più importante gruppo dolciario italiano, con stabilimenti bene avviati in Germania e Francia. Dalla sede centrale di Pino Torinese, sulla collina della capitale subalpina, partivano le direttive per una delle prime multinazionali italiane. Fin da allora la visione era europea, quando i Trattati di Roma erano appena stati siglati e l’integrazione del Mercato Comune doveva ancora partire.

La copertina del libro pubblicato nel 2004
La copertina del libro pubblicato da Rizzoli nel 2004

[…]

La Nutella nacque di lunedì, in un uggioso giorno di una primavera che non voleva ancora sbocciare sull’Italia. Nella fabbrica di Alba il reparto per il confezionamento del prodotto nei bicchieri – che arrivavano dalla vetreria De Val Bor di Altare (poi divenuta Covetro), in provincia di Savona – , era più piccolo e con macchine meno veloci di ora. Molte lavorazioni si facevano a mano, salvo le grandi «mammelle meccaniche» che dispensavano il liquido bruno per riempire i contenitori. Più che di pioggia, il 20 aprile 1964 fu un giorno di pesante maltempo: il termometro non superò mai i 12 gradi, nel Nord Italia. Davanti a Marina di Pisa precipitò in mare un «vagone volante» della quarantaseiesima brigata con sei uomini a bordo, mentre sui monti di Sondrio sette uomini furono travolti  in un pulmino da una valanga staccatasi dalla Val Malenco.

Roma tributò calorose accoglienze alla regina Ingrid di Danimarca, ospite del presidente della Repubblica Antonio Segni. Il benessere solleticava gli appetiti di chi non aveva alcuna voglia di entrare nelle fabbriche del Nord, che continuavano ad assumere e ad attrarre manodopera dal Meridione. Era più facile entrare con le pistole in pugno in una gioielleria o in una banca. Così quella mattina a Collegno, nella periferia di Torino, una «gang»  della malavita locale si esibì in una clamorosa «spaccata»: infrante le vetrine di un elegante negozio con un grosso tubo di ferro, portarono via sei milioni di lire in gioielli, circa 50 mila euro di oggi. Ma il conto tra guardie e ladri pareggiò con una brillante operazione condotta dalle forze dell’ordine: tra Sanremo e Torino fu arrestato uno dei componenti di una banda che pochi giorni prima aveva terrorizzato Milano con una rapina in via Montenapoleone. La Milano del 1964 come la Chicago del 1929, scrissero i giornali: per rompere le vetrine, sette gangster in pieno giorno avevano usato i mitra e poi su quattro potenti auto si erano dileguati con un bottino di cento milioni, pari a 800 mila euro.

Soldi soldi soldi. L’Italia voleva arricchirsi. Non importava come. Non tutti erano stati miracolati dall’Italia del boom. Quel lunedì a Torino si visse uno dei tanti drammi della povertà: il piccolo Vittorio, neonato di undici mesi, moriva di stenti nella culla mentre la famiglia. perseguitata dalla sventura (come scrissero i cronisti dell’epoca). era sfrattata per morosità dal suo piccolo appartamento.

Le case degli italiani più ricchi stavano per essere inondate dagli elettrodomestici. In realtà non erano ancora a prezzi popolari: sarebbero scesi più avanti. Una lavatrice Algor, per cinque chilogrammi di biancheria asciutta, costava la bellezza di 195 mila lire (oltre 1500 euro di oggi), il doppio dello stipendio medio di un operaio. Lavorando un mese in fabbrica era possibile comprare un grande frigorifero da 200 litri a 89 mila lire (700 euro). Mentre soltanto il 23 per cento delle famiglie aveva una lavatrice, la metà aveva già lui, il televisore, rigorosamente in bianco e nero.

Ci si poteva sintonizzare su due soli canali tv: quelli della Rai, televisione di Stato. Il 20 aprile 1964, come sempre, il primo ad accendersi fu il Secondo. Alle ore 13, da Milano veniva diffusa la «Rassegna quotidiana di notizie e curiosità». Poi bisognava aspettare le 17,30 per l’avvio delle trasmissioni sul Programma Nazionale (così si chiama Rai Uno, era l’unico visto in tutta Italia perché i ripetitori per il Secondo Programma non erano ancora completamente diffusi lungo la penisola). Partiva  con il segnale orario, seguito dalla «Tv dei ragazzi», quella delle prime merende a pane e Nutella: le gesta di Ivanohe, cavaliere della Tavola Rotonda, le avventure del cane-soldato Rin Tin Tin, i primi cartoni animati. Agli esordi la tv era buonista e pedagogica: tra i suoi compiti c’era anche quello di insegnare l’italiano a chi ancora parlava soltanto dialetto. Divenne famosa la figura del maestro Alberto Manzi, che con lavagna e gessetti, scenette e documentari, alle 18,30 di tutti i giorni incrementava il vocabolario dei telespettatori: «Non è mai troppo tardi» (per imparare, era sottinteso) andò in onda fino al 1968, per otto anni.

Alle 19,15 fu trasmesso il programma «Carnet di musica», dedicato a Bobby Solo, autentica rivelazione del Festival di Sanremo vinto dall’adolescente Gigliola Cinquetti. Ciuffo alla brillantina e sguardo segnato da un rigo di rimmel, Bobby Solo aveva accusato una laringite ed era riuscito a presentare la sua «Una lacrima sul viso» cantando in playback sul palco dell’Ariston. Anche per questa ragione ottenne soltanto il secondo posto nella rassegna canora, pur balzando subito in testa alla hit parade.

Dopo il telegiornale – condotto da annunciatori dal volto rassicurante, come l’indimenticabile Marco Raviart – c’era il  famoso «Carosello», la trasmissione di massimo ascolto: un contenitore di sketch pubblicitari ciascuno di tre minuti, in cui i primi due erano dedicati ad una storiella senza alcun legame con il prodotto reclamizzato, seguiti da un «codino» simile ai nostri attuali spot. Aveva un ascolto nel 1963-64 di otto milioni e 200 mila spettatori, e andò in onda per vent’anni, dal 1957 al 1976, tutte le sere alle 20,50. Come ha scritto Enzo Biagi, quelle scenette edulcorate sono state la nostra educazione sentimentale, lo specchio deformato di una realtà fittizia e ottimista.

E’ ancora dolce il ricordo dei tanti personaggi inventati dai pubblicitari. Ernesto Calindri fu identificato con il Cynar. Virna Lisi divenne famosa per un dentifricio, poiché «con quella bocca può dire ciò che vuole». Armando Testa nel 1965 inventò per Lavazza le avventure di Caballero e Carmencita: quel «Bambina, sei già mia, chiudi il gas e vieni via»  rimase impresso quanto il recente «più lo mandi giù e più ti tira su». Nutella si inserì in quell’epopea di personaggi prima con una serie di scenette dedicate alle «Grandi feste» nel mondo e poi con i cartoni animati intitolati «Le Memorie di un diplomatico» realizzati da Nino e Toni Pagot, nel 1966.

Era un universo mediatico molto differente da quello attuale: i primi «Caroselli» dedicati alla crema al cioccolato rispondevano ad una logica famigliare e perbenista, senza spigoli e contrasti, tanto simile ad una semplice fetta di pane spalmata. Le «Grandi feste» presentavano in modo documentaristico usi e costumi europei: la festa di Sant’Eligio in Francia, l’arrivo della nuova birra in Austria, il lancio del palo da parte di muscolosi scozzesi in kilt. L’aggancio con il prodotto era un po’ forzato, ma lineare: «In tutti i paesi è festa ogni anno. Ma in tutte le famiglie è festa tutti i giorni, con Nutella. Per la merenda all’aperto, per tutti gli spuntini, per una colazione diversa, una delizia da spalmare sul pane». Si chiudevano i 45 secondi di comunicato con un improbabile bambino che recitava, impacciato: «Brava mamma, che hai scelto Nutella». E la voce fuori campo, mentre il fermo immagine andava su una cartina del Vecchio Continente, scandiva: «Nutella è una specialità Ferrero, la marca apprezzata in tutta Europa».

Le regole di «Carosello», dettate nel 1963, erano rigide:  il nome del prodotto reclamizzato non poteva essere pronunciato più di sei volte. Durante il cortometraggio iniziale non si poteva fare alcun riferimento alla ditta che pagava gli spazi. Inoltre, era vietato interrompere dialogo e azione con la pubblicità, che andava inserita soltanto nel «codino» dello sketch. Nonostante quelle restrizioni, i pubblicitari italiani riuscirono a creare personaggi indimenticabili e situazioni coinvolgenti. Il teatrino napoletano con la sigla di Luciano Emmer fu un po’ l’emblema della ricchezza di un paese che stava scoprendo il consumismo.

La sera del 20 aprile, dopo Carosello andò in onda il newsmagazine che ha segnato un epoca, il «Tv7» diretto da Giorgio Vecchietti. Uno dei servizi era dedicato al terzo Oscar assegnato a Federico Fellini per il suo 8 e 1/2. Sul secondo programma, il mitico film del lunedì, l’unico che andava in onda in tutta la settimana: quella sera erano di scena William Powell e Myrna Loy nel Canto dell’uomo ombra, l’ultimo della fortunata serie di sei film hollywoodiani dedicati alla storia inventata da Hammet.

La notizia che portò il 20 aprile 1964 sui libri di storia fu l’annuncio contemporaneo da New York e da Mosca della riduzione dei piani atomici delle due superpotenze. Dopo gli anni della Guerra Fredda, che pure continueranno fino al crollo del Muro di Berlino – nel 1989 – la decisione del presidente americano Lyndon Johnson e del premier sovietico Nikita Kruscev fu salutata dai giornali come «la strada della pace» e come «un importante passo verso la distensione e il disarmo». Per la prima volta nella storia dei rapporti tra Est e Ovest veniva siglato un accordo di tale importanza senza estenuanti trattative bilaterali. Gli Stati Uniti annunciarono che avrebbero ridotto la produzione di uranio del quaranta per cento entro quattro anni, e quella del plutonio del venti per cento, mentre l’Unione Sovietica avrebbe interrotto la costruzione di due grandi reattori atomici e ridotto la produzione dell’uranio 235. Una mossa che portò fortuna soltanto al presidente texano, arrivato alla Casa Bianca da vice di Kennedy, dopo l’attentato del 22 novembre 1963. Fu messo in copertina da «Times» come uomo dell’anno 1964, e a novembre vinse le presidenziali battendo il repubblicano Goldwater. Quanto a Kruscev, dopo  aver battuto gli americani mandando un russo per primo nello spazio e aver promosso un decennio di riforme che rinnovarono l’Urss, il 18 ottobre 1964 fu deposto dal Comitato centrale: si era spinto troppo avanti.

Per appronfondire, il sito dedicato all’ultimo libro del 2014, “Mondo Nutella” https://www.claragigipadovani.com/mondo-nutellahttps://www.claragigipadovani.com/mondo-nutella

Pasqua #iorestoincasa con i nostri auguri

Questa del 2020 sarà una Pasqua davvero inaspettata: niente lunghe tavolate per festeggiare insieme con parenti e amici, niente viaggi, niente gite fuori porta per il pic-nic di Pasquetta. E le uova di cioccolato? E le colombe? Nei supermercati si trovano, ma in gran parte sono quelle industriali. E chi ha sempre preferito quelle dei cioccolatieri e pasticceri artigianali? I loro laboratori soffrono, lavorano a ritmo ridotto, magari un giorno o due alla settimana. Molti avevano già portato a termine metà o più della produzione pasquale, che rappresenta sempre una bella fetta del fatturato. Funziona ancora la vendita online, ma in genere – dicono – non arriva al 10 per cento del totale. In queste ore possiamo ancora fare degli ordini dai nostri fornitori abituali, ma certo alla fine del lockdown sarà dura per tutti e noi italiani, da buongustai, dovremo tornare a comprare con ancora più convinzione i buoni prodotti artigianali.

Vogliamo essere vicini a tutti i nostri amici e partecipare alle feste pasquali con lo spirito del doveroso slogan #iorestoacasa, ma con la speranza che la rinascita della “fase 2” si avvicini, attraverso tre contributi:

1) un brano tratto dal nostro libro “Cioccolato Sommelier” (White Star) dedicato alla storia delle uova pasquali;

2) la ricetta di una torta al cioccolato dalla storia insolita, che ricorda tempi lontani e che Clara vi consiglia di preparare per una Pasquetta casalinga;

3) la ricetta della pastiera napoletana che ci ha regalato la nostra amica Saba D’Avanzo, di Avella (Av) – che abbiamo conosciuto scrivendo il libro “Enciclopedia della nocciola” (Mondadori Electa) – , con la storia raccontata da Clara (in podcast) per la trasmissione “Segreti in tavola” condotta da Francesca Romana Barberini su Rds Soft.

  1. La storia delle uova di Pasqua

Pare che l’idea della sorpresa dentro un uovo in platino e brillanti sia venuta nel 1883 allo Zar Alessandro III di Russia, che lo commissionò al maestro orafo Peter Carlo Fabergé per la moglie Marija Fëdorovna, principessa di Danimarca. Oggi le uova pasquali di cioccolato sono uno dei grandi business degli artigiani cioccolatieri, mentre la Ferrero si è concentrata sugli ovetti per bambini venduti tutto l’anno, con all’interno un piccolo giocattolo: l’invenzione dei Kinder Sorpresa, creati dal manager William Salice, risale al 1974.

In Inghilterra e in Germania sono preferiti coniglietti e orsetti. Il Gold Bunny della Lindt, nato nel 1952, è un’icona svizzera nel mondo. In Francia e in Belgio continuano la tradizione pasquale delle cloches du chocolat. Non è facile stabilire quando siano nate le uova pasquali di cioccolato: Francia, Regno Unito e Italia si contendono la paternità.

Un artigiano lattoniere francese incominciò nel 1832 a vendere stampi per cioccolatieri in Parigi e in breve tempo per Pasqua le vetrine si riempirono di uova e campane, come raccontano gli storici del cioccolato (francesi) Katherine Khodorowsky e Hervé Robert. L’azienda inglese Cadbury (ora gruppo Mondelēz) sostiene di averle prodotte su scala industriale nel 1875, mentre in Italia si cita una certa vedova Giambone, torinese, che avrebbe per prima realizzato i due gusci in cioccolato unendoli poi a formare l’uovo. Oggi le uova di cioccolato sono sempre più decorate con motivi realizzati a mano da abili maestri – in Italia il capostipite fu il siciliano Guido Bellissima, attivo a Torino fino agli anni 80 del Novecento – o con ardite interpretazioni di moderno design.

Da “Cioccolato Sommelier” [White Star]

2) Pasquetta con la mia Bilbolbul

Ormai lo sapete. Ho sempre la curiosità di scoprire nuove ricette e più sono lontane nel tempo, più mi cimento a cucinarle. Come questa torta al cioccolato, facile e golosa, ormai del tutto dimenticata. Fu pubblicata da Ada Boni nel suo ricettario Il Talismano della felicità: correva l’anno 1929 e quel libro, regalo destinato alle giovani spose, divenne una sorta di Bibbia della cucina italiana per gli anni del periodo fascista e anche più avanti. Il dolce è molto semplice, senza burro né uova, e la gastronoma romana la battezzò Torta Bilbolbul. Lo spunto le venne dal primo “fumetto” italiano della storia, che fu pubblicato dal 1909 sul Corriere dei Piccoli diventando molto popolare. Non c’erano ancora i fumetti, ma delle discalie. Però le immagini erano con le strisce come si conoscono oggi, disegnate dal grande illustratore torinese Attilio Mussino (1878-1954). Si era ancora in piena epoca coloniale, e un piccolo bambino nero poteva essere chiamato Bingo-Bango-Bongo o Bilbolbul, senza che ci si ponesse tanti problemi di correttezza politica. In quegli anni sono nati altri dolci ispirati alle conquiste italiane in Africa: Assabesi, Tripolina, Africanetti ecc.

Dal “Corriere dei Piccoli” dei primi del Novecento

Clara Vada Padovani

Potete farla diventare vegana, in questa mia versione, utilizzando latte di mandorle al posto di quello vaccino. E attenzione a usare uno stampo di giuste dimensioni.

Ingredienti per 4-6 persone

  • 120 g di farina per torte (farina di grano tenero tipo 00 con 30% di amido di mais)
  • 125 g di zucchero
  • 50 g di cacao amaro in polvere
  • 140/150 ml di latte intero
  • ½ bustina di lievito per torte
  • 1 arancia
  • ½ cucchiaino di cannella
  • 1 cucchiaio di Rhum o altro liquore (facoltativo)
  • 1 noce di burro
  • pangrattato q.b.
  • 100 ml di panna montata

Raccogliete in un’ampia ciotola la farina setacciata con il lievito, il cacao setacciato, lo zucchero, la cannella e la buccia di arancia grattugiata: mescolate bene e poi stemperate il tutto, poco per volta con il latte (aggiungendo eventualmente il liquore). Amalgamate con un cucchiaio di legno fino a ottenere un composto liscio come una densa crema. Versatelo in una tortiera di 18 cm di diametro, ben imburrata e spolverizzata di farina o pan grattato; cuocete in forno ben caldo a 180° C per 30 minuti (fate sempre la prova con lo stecchino, che infilato al centro, dovrà uscire asciutto).

La mia Biblbolbul

Preparazione

Sfornate subito e lasciate intiepidire. Adagiate la torta su un piatto di portata e spolverate la superficie con zucchero a velo o decorate con ciuffi di panna montata.

P.s. per i più golosi: tagliate orizzontalmente la torta a metà e farcitela con un abbondante strato di panna montata. Consoliamoci, del resto è Pasquetta.

Versione golosa con la panna

3) La pastiera napoletana

La mia amica Saba D’Avanzo, di Avella (Av), mi ha mandato la ricetta della sua strepitosa pastiera, della tradizione pasquale campana e napoletana. Ne ho raccontato la suggestiva leggenda alla trasmissione “Segreti in tavola” su Rds Soft

https://www.dimensionesuonosoft.it/news/la-pastiera-napoletana-con-clara-vada-padovani/?fbclid=IwAR3slmmETCqiPZ1Q6kploEAjA2McFHZ511Oe5LqsAM6rmlQw5B-91-3CHQM

Ingredienti

  • Per la pasta frolla (detta “pittolo” in napoletano)
  • 500 g di farina
  • 200 g di zucchero
  • 100 g di strutto o burro
  • 3 uova
  • Per il ripieno
  • 500 g di grano cotto
  • 500 g di ricotta (meglio di bufala)
  • 400 g di zucchero
  • 7 uova
  • 100 ml di latte
  • 30 g di strutto o burro
  • 1 limone
  • 1 cucchiaio di acqua di fior d’arancio
  • 50 g di cedro candito
  • 50 g di zucca candita
  • 50 g di arancia candita

Preparazione

Preparate la pasta frolla: mescolate tutti gli ingredienti e quando saranno ben amalgamati formate una palla e lasciatela riposare.

Preparate il ripieno: in una casseruola versate il grano cotto, il latte, lo strutto e la scorza grattugiata del limone. Fate cuocere per 10 minuti mescolando in continuazione, fino a ottenere un composto cremoso. Spegnete e lasciate raffreddare. A parte, in un’ampia terrina, sbattete la ricotta con lo zucchero, quindi aggiungete poco per volta le uova, l’acqua di fior d’arancio e lavorate il composto. Incorporate la frutta candita ridotta a cubetti e infine amalgamate il tutto con il grano.

Prendete la pasta frolla, con il matterello stendetela allo spessore di circa mezzo centimetro (deve essere molto sottile) e rivestitene una teglia, precedentemente imburrata. Ritagliate la parte eccedente, ristendetela e ricavatene delle strisce. Versate il ripieno, livellatelo e decorate con le strisce formando una grata. 

Informate a 180 ° C per 90 minuti, finché la pastiera non prenderà un colore ambrato.

Saba ha il suo segreto: la pastiera deve riposare e si deve gustare almeno il giorno successivo alla preparazione.