Venchi, una dolce storia del cioccolato a Torino

In occasione dell’evento “Buon compleanno cioccolato” svoltosi per un solo giorno alle Ogr di Torino, del 14 settembre 2018, per i 140 anni della azienda dolciaria Venchi, è stata presentata una mostra storica consente al visitatore di percorrere un affascinante viaggio nel mondo del cioccolato piemontese tra capitani d’industria e finanzieri, prodotti innovativi, curiosità inaspettate, artistici manifesti e citazioni letterarie. I “food writer Clara e Gigi Padovani – che hanno dedicato ricerche e libri al cioccolato – hanno ricostruito le origini dell’industria dolciaria torinese a partire dalla fine dell’Ottocento, portato alla luce i brevetti di prodotti ancora oggi in commercio, scovato – nei 25 archivi consultati e con l’aiuto di collezionisti privati – locandine originali, scatole, stampi che ci consentono di apprezzare l’arte che ha accompagnato il Cibo degli ei. Abbiamo chiesto loro di illustrare le tappe significative dell’esposizione, divisa in undici grandi cartelloni.

di Clara e Gigi Padovani

La storia del cacao sciolto in tazza incomincia in Piemonte come un privilegio per nobili e clero. Il “segreto spagnolo” fu portato quasi certamente alla Corte dei Savoia dall’Infanta di Filippo II, andata in sposa al Duca Carlo Emanuele I nel 1585. Abbiamo così deciso di aprire la mostra con il ritratto di Caterina (o Catalina, più correttamente) Micaela d’Austria, Duchessa di Savoia, realizzato dieci anni dopo il matrimonio e oggi esposto al Palazzo Madama di Torino. E la Duchessa, nel primo tabellone, passa idealmente il testimone della cioccolata calda al manifesto pubblicitario realizzato dal tedesco Roberto Ochsner nel 1890 per il “Cacao Due Vecchi”, iconico prodotto prima Talmone, poi Venchi Unica e quindi Venchi ancora oggi in produzione.

Ma il vero protagonista della prima parte della storia è Silviano Venchi (foto sotto), primogenito di quattro tra fratelli e sorelle, figlio di contadini con terre a Robbio Lomellina, nelle risaie del Pavese vicino al Piemonte: a soli 14 anni arriva a Torino, nel 1863, e impara l’arte del confetturiere. In quel periodo la capitale sabauda è in gran fermento e incomincia l’epoca pionieristica dell’industria dolciaria: le fabbriche sorgono lungo il Canale Ceronda costruito dal Comune per dare potenza idraulica ai macchinari. In Borgo Vanchiglia, sulla via degli Artisti – a pochi passi dal Po – accanto alla quale allora scorreva l’acqua del Ceronda, sorge nel 1878 il primo laboratorio dell’”operaio dolciere” Silviano Venchi. L’azienda diventa assai presto, nel 1886, una Società Anonima, grazie all’apporto di altri soci. E si può ammirare il disegno del primo vero stabilimento sorto nel 1904, che già produce “Chocolat de Luxe”.

All’intraprendente Silviano quel primo impianto va stretto, i premi alle Esposizioni Universali si moltiplicano. Grazie all’arrivo di nuovi capitali (come quelli della Banca Ovazza), con il cognato Basilio, ufficiale del Regio Esercito, e la competenza di Gerardo Gobbi, un manager del quale si sa poco – nonostante possa essere considerato come una sorta di “Marchionne del cioccolato novecentesco”– riesce a realizzare il suo sogno. In corso Regina Margherita, a Torino, nel 1907 si inaugura un gioiello dell’architettura industriale, progettato dall’archi-star dell’epoca, Pietro Fenoglio, che agli inizi del Novecento ha disseminato di case Liberty e di capannoni Art Nouveau tutta la città. I depliant dell’epoca decantano i reparti in cui si producono le «più disparate varietà: confetti argentati, confetti e mandorle, confetti decorati, boligomma, tavolette zuccherine e pastiglie, fondenti e confetture speciali, liquirizia, caramelle e rock drops, cioccolato, gallettine, biscotti, wafers». Dopo la fusione tra Venchi e Unica, nel 1938, i capannoni passerano al Demanio statale come Opificio Militare: ciò che resta dell’antico splendore architettonico è ancora visibile oggi.

Dopo la morte nel 1922 di Silviano Venchi, senza figli, Gobbi e le famiglie Basilio e Gribaldi prendono in mano l’azienda, coadiuvati da Cesare Venchi, nato in Argentina, nipote del fondatore in quanto figlio del fratello Luigi, e che nel 1946 fu eletto anche consigliere comunale.

A questo punto la storia aziendale si complica, perché entra in campo l’avventura del finanziere mecenate Riccardo Gualino [nel cartellone della mostra, in alto a sinistra nel ritratto di Felice Casorati, con accanto i marchi che sono entrati a far parte della sua Unica] , grande figura di biellese intraprendente e poliedrico. Fu lui a intuire le potenzialità del cioccolato e dei dolciumi come nuovo consumo di massa: nel 1924 fonda la Unica (acronimo per Unione Nazionale Industrie Cioccolato e Affini), accorpando diverse aziende (comprese la Idea, la Talmone e la mitica Moriondo & Gariglio, allora famosissima) e fa costruire lo storico stabilimento di corso Francia, che dà lavoro a quasi tremila operai: tutti i torinesi lo ricordano come la sede della Venchi Unica. Dai documenti ritrovati presso l’Archivio di Stato di Roma, su indicazione della Camera di Commercio di Torino, la mostra offre per la prima volta il brevetto del marchio “Nougatine” [nella foto sotto un manifesto della Unica], ancora oggi simbolo della Venchi: una madelaine dal croccante cuore di nocciole e miele rivestita di cioccolato. Fu depositato nel dicembre 1922 a Torino dalla ditta Idea, fondata dagli uomini di Gualino.

 

 

Le sorti dell’impero di Gualino, per la sua opposizione al fascismo e forse per azzardi finanziari, volgono al peggio agli inizi degli Anni Trenta del Novecento: l’imprenditore viene spedito al confino e la Unica passa alla Banca d’Italia, che ne risolve le sorti attraverso la fusione con la Venchi, sotto la guida di Gobbi. Sono anche gli anni di grandi innovazione nel mondo dell’arte cioccolatiera, da parte delle due aziende: la Unica già nel 1931 produce i primi mini-gianduiotti, come testimonia un catalogo dell’epoca, mentre qualche anno più tardi la Venchi Unica distribuisce sul mercato le innovative tavolette ripiene, con il marchio “Praletta”  (tavoletta+pralina). Anche le uova di Pasqua con sorpresa diventano un regalo popolare tra gli italiani, mentre i grandi cartellonisti dell’epoca, in stile futurista, impreziosiscono la pubblicità aziendale: appesi alle “americane” della Sala Fucine Ogr, la mostra presenta 15 riproduzioni di poster provenienti dal Museo del Manifesto di Treviso, Collezione Salce, realizzati da artisti come Fortunato Depero [nella foto sotto un  suo manifesto per le uova di Pasqua], Marcello Dudovich, Francesco Seneca, Leonetto Cappiello e Severo Pozzati.

Fino al 1954 sarà Gobbi, torinese tutto d’un pezzo a gestire la Venchi Unica [nella cartolina del 1954 la pubblicità all’ingresso di via Roma, a Torino]. Poi c’è il passaggio di consegne a un altro noto imprenditore, Giovanni Maria Vitelli, che per quasi vent’anni – dal 1957 al 1973 – è stato anche il presidente della Camera di Commercio di Torino.

La Venchi Unica allora era una società per azioni  e fu così possibile la scalata di un finanziere senza scrupoli, Michele Sindona, iniziata nel 1970: dopo alterne vicende imprenditoriali che rovinarono un prezioso patrimonio industriale, l’azienda nel 1978 fallisce e i capannoni rimasero deserti per anni, con centinaia di lavoratori in cassa integrazione. Nel 1995 il Comune decise di farne un’area residenziale e recentemente sono stati ristrutturati gli uffici direzionali dell’impianto di corso Francia, come sede di servizi amministrativi.

La terza svolta di questa affascinante avventura imprenditoriale avviene grazie a un altro self-made-man, il pasticcere cuneese Pietro Cussino, che coraggiosamente converte il suo credito con la Venchi Unica con l’acquisizione del marchio, nel 1980. Ma soltanto nel 1998 un gruppo di giovani imprenditori, coinvolti dal nipote di Cussino, Giovanni Battista Mantelli, appassionato esperto di cioccolato, riescono a far ripartire il marchio Venchi.

Ora l’azienda che festeggia il suo 140° compleanno alle Ogr è presente nel mondo con oltre cento negozi, un moderno stabilimento a Castelletto Stura (Cn), 350 diversi prodotti al cioccolato e 70 gusti di gelato. Nell’ultima fase di sviluppo ha realizzato una “chicca” gourmet che ha vinto numerosi premi e rispetta pienamente il Dna di innovazione del marchio Venchi: il Chocaviar [nella foto sotto di Martorana i cioccolatini con il Chocaviar], caviale per golosi. A questa specialità si affiancano le tavolette di cacao d’origine da Ecuador, Perù e Venezuela. A questi prodotti – insieme alle artistiche fotografie di Giò Martorana del “gelato all’italiana” – sono dedicati gli ultimi pannelli espositivi.

Dopo cinque mesi di lavoro che ci hanno permesso di condividere tante appassionanti notizie, rileggendo le citazioni letterarie che abbiamo voluto lasciare ai visitatori – compresi alcuni autori torinesi come Bruno Gambarotta e Margherita Oggero – siamo certi che questo viaggio alla scoperta del  Cibo degli Dei non finirà davvero mai, in un profumo inebriante di cacao. Con la speranza che prima s’inauguri un Museo del Cioccolato, per onorare un glorioso tratto di storia del gusto di Torino e del Piemonte.

 CRONOLOGIA ESSENZIALE VENCHI, VENCHI UNICA E CUBA

1849 – Il 29 maggio nasce Silviano Venchi da Cesare e Margarita Dezuto, classificati come “benestanti”, probabilmente coltivatori di risaie

1863 – Silviano Venchi arriva a Torino e incomincia a lavorare come dolciere

1869 – Nasce l’azienda Moriondo & Gariglio, che sarà assorbita dalla Unica

1878 – Primo laboratorio artigianale come attività in proprio di Silviano Venchi

1890 – Escono sul mercato le prime scatole di cacao in polvere con il logo “Due Vecchi”

1884 – All’Esposizione Generale di Torino la Venchi conquista la medaglia d’oro nella categoria “confetti”, mentre quella per il settore merceologico “cioccolato” va a Moriondo & Gariglio

1905 – Si costituisce la “Società Anonima per Azioni “S. Venchi & C”, con un capitale sociale di 1 milione e 300 mila lire (oggi corrispondono a oltre 5 milioni di euro). Tra i sindaci anche Gerardo Gobbi, che poi ne diventerà il manager.

1907 – Costruzione dello stabilimento Venchi progettato dall’ingegnere Pietro Fenoglio: occupa un intero isolato, a Torinio, in corso Regina Margherita angolo via Farini [nel disegno dell’epoca da un catalogo Venchi].

1909 – Il 21 febbraio Silviano Venchi viene nominato Cavaliere del Lavoro. Nelle motivazioni si legge: «Da semplice operaio dolciere diventò nel giro di 35 anni proprietario di uno stabilimento per la fabbricazione dei confetti con oltre 200 operai. Si era trasferito a Torino nel 1863 per apprendere l’arte del dolciere. In breve tempo si affermò come uno dei migliori della città».

1922 – Il 24 maggio scompare Silviano Venchi, senza figli: l’azienda passa in mano ai nipoti, appartenenti alle famiglie Basilio e Gribaldi, e al manager Gerardo Gobbi [nella rara fotografia del 1928 durante i lavori dell’Esposizione Generale di Torino, della quale fu vicepresidente, Gobbi è il secondo da sinistra, con il cappello in mano. Accanto il Duca d’Aosta] nominato amministratore delegato. Gobbi la continua a gestire anche quando si fonde con la Unica, diventando Venchi Unica nel 1934.

1920-1922 – Avvio dei lavori per la costruzione dello stabilimento sulla Stradale di Francia, poi sospesi, da parte della Tobler-Talmone.

1921 – Il 21 ottobre si costituisce la società Idea (Industria Dolciumi E Affini) nel palazzo della Snia (Gualino) di via Alfieri 15 a Torino, con amministratori dei manager del finanziere biellese: Giuseppe Ravazzi, Carlo Forneris e Angelo Luraghi.

1922 – Il 22 dicembre presso la Prefettura di Torino viene registrato dalla Idea il marchio Nougatine con immagine nei colori rosso, verde, nero.

1924 – La Idea si fonde nella Bonatti, per essere assorbita dalla Unica

1924 – il 5 settembre è costituita, su iniziativa di Gualino, la Unica (Unione Nazionale Industrie Cioccolato ed Affini), che nel giro di due-tre anni incorpora la Bonatti, la Talmone, la Moriondo & Gariglio, la Idea (principalmente caramelle) e due biscottifici: le Fabbriche Riunite Gallettine Biscuits e Affini e la Dora Biscuits

1926-1928 – Si concludono i lavori per aprire lo stabilimento di corso Francia 325, nel quartiere torinese di Pozzo Strada. L’amministratore delegato è Rino Colombino, cognato di Gualino [foto sotto del 1929]

1927 circa – La Unica e poi la Venchi Unica producono “uova sorpresa” pubblicizzate sui giornali e con grandi manifesti.

1931 – Sul catalogo Unica sono presentati i primi “mini-gianduiotti” 

1934 – La Unica presenta la prima tavoletta di cioccolato ripieno, la “Praletta”

1934 – Dopo il fallimento di Gualino e il suo invio al confino (nel 1931), il pacchetto azionario della UNICA passa alla Banca d’Italia e allo Stato, che poi nell’estate 1934 la cede alla Venchi: si costituisce, per fusione, la Venchi Unica e lo stabilimento Venchi di corso Regina Margherita passa al Demanio Militare [foto sotto: così com’è oggi in corso Regina Margherita]

1934-1950 – Il Cavaliere di Gran Croce Gerardo Gobbi gestisce la Venchi Unica come amministratore delegato e presidente, affiancato da Cesare Venchi e Silvano Gribaldi.

1949 – Il pasticcere Pietro Cussino [sotto, in una foto degli anni ’90 del Novecento] a 32 anni, a Cuneo fonda l’azienda CUBA (Cussino Biscotti e Affini), specializzata nella produzione di Cuneesi al rhum.

1954 – Il 30 luglio muore a 82 anni Gerardo Gobbi, senza figli, salutato su La Stampa da un una notizia che lo definisce «una delle più note figure della vecchia Torino».

1956 – Giovanni Maria Vitelli (1907-1974) [nella foto sotto] diventa presidente della Venchi Unica: è una importante figura dell’economia torinese. Dal 1957 al 1973 è anche presidente della Camera di Commercio di Torino.

1959 – La Cuba si trasforma da artigianale a industriale, con l’apertura di uno stabilimento produttivo a Roccavione, in provincia di Cuneo, che occupa una trentina di operai. E i suoi Cuneesi vengono distribuiti dalla Venchi Unica in tutto il mondo.

1970 – Il finanziere Michele Sindona assume il controllo della Venchi Unica.

1978 – Dopo alterne vicende proprietarie e giudiziarie, il 13 febbraio il Tribunale di Torino decreta il fallimento della Venchi Unica

1980 – Pietro Cussino, come parziale recupero dei crediti verso il fallimento Venchi Unica, diventa il proprietario del marchio

1998 – Un gruppo di giovani imprenditori rileva la Cuba Spa facendo ripartire l’azienda e battezzandola Venchi [nel cartellone dalla mostra i manager che si sono avvicendati nella guida di Venchi e Venchi Unica]

1999 – L’11 settembre si inaugura un nuovo stabilimento Venchi a Robilante (Cn), dove oggi è attivo uno degli show room Venchi

2002 – Il 16 luglio una disastrosa alluvione devasta lo stabilimento di Robilante

2002 – Il 22 novembre allo scalo di Fiumicino apre il primo spazio vendita della Venchi monomarca in un aeroporto: è il segno della svolta.

2003 – È l’esordio sul mercato del ritrovato marchio Venchi, a sostituire quello di Cuba. Rimane una linea di prodotti Cuba, per continuare la tradizione avviata da Cussino.

2005 – Si inaugura un nuovo grande impianto industriale a Castelletto Stura, sempre a pochi chilometri da Cuneo, di 13 mila mq, che oggi dà lavoro a oltre 170 dipendenti, in gran parte donne.

2006 – La Venchi acquisisce una star-up specializzata in gelateria, con un metodo innovativo di produzione e nascono le prime Cioccogelaterie Venchi [nella foto sopra].

2010 – Debutta il Chocaviar, innovativo prodotto gourmet.

2018 – Premiato a Londra dalla Chocolate Academy l’uovo di Pasqua della Venchi

La mostra Venchi alle OGR

 


 

La lezione per l’Italia del Bocuse d’Or

di Gigi Padovani

Dopo mesi di allenamenti si sono giocati tutto in cinque ore e mezzo. È accaduto a metà giungo nel palasport che a Torino ha ospitato le Olimpiadi di pattinaggio, l’Oval del Lingotto, sostenuti dal tifo da stadio dei loro supporter giunti da venti nazioni. I giovani cuochi che hanno disputato le semifinali europee del Bocuse d’Oro – il premio inventato nel 1987 dal grande chef lionese e considerato avevano soltanto quel tempo, aiutati da un commis e da un “allenatore fuori dal box, per preparare un piatto vegetariano e un “vassoio” alla francese con tanti assaggi, a base di carne, disposti in modo scenografico. La giuria di ventiquattro grandi chef del Vecchio Continente – presieduta da Jérôme Bocuse, che da  gennaio di quest’anno ha preso il testimone del padre dopo la sua scomparsa, e da Carlo Cracco –  ha decretato che i migliori piatti presentati erano scandinavi: sul podio torinese sono salitii, nell’ordine, Norvegia, Svezia e Danimarca. Premio di consolazione per la squadra italiana, ammessa alla finale, nonostante il dodicesimo posto: sarà tra le 22 rappresentative in giacca bianca da tutto il mondo che il 29 e 30 gennaio 2019 si disputeranno l’ambito premio, la statuetta che raffigura monsieur Bocuse.

[Nella foto sopra, realizzata dallo Studio Julien Bouvier, il piatto presentato dal team dell’Italia: breakfast nella campagna pugliese]

Al team italiano che per tante settimane ha lavorato con l’obiettivo di raggiungere un ben più alto risultato è rimasto l’amaro in bocca, dopo il verdetto: i piatti mediterranei presentati dal pugliese Martino Ruggieri [nella foto], 31 anni, non hanno convinto la giuria, che invece ha premiato i nordici di scuola francesizzante, con le loro geometrie perfette, i vassoi in cristallo e argento, le cloche di vetro o d’acciaio per tenere calde le vivande, le salse a specchio e le composizioni di verdure intagliate. E per la prima volta nella storia di queste “Olimpiadi della cucina”, tra gli ingredienti obbligatori è entrata la pasta secca, come “prodotto a sorpresa” indicato all’ultimo momento: gli spaghetti n 3 e n 7. Le tre specialità tipicamente piemontesi, il vitello Fassone, il riso Sant’Andrea della Baraggia Dop e il Castelmagno, su cui i cuochi dovevano cimentarsi, erano già note da settimane. Ma nonostante ciò la classifica non ha riservato sorprese: la competizione, ferma a stilemi degli Anni Ottanta, continua a essere appannaggio dei Paesi Nordici o della Francia. Il massimo risultato italiano è stato, storicamente, un quarto posto conquistato da un allievo di Gualtiero Marchesi, il lombardo Paolo Lopriore.

Eppure per questa edizione i nostri cuochi si erano preparati per bene, sostenuti dal presidente dell’Accademia Bocuse Italia, Enrico Crippa, anche lui allievo di Marchesi e alla guida del ristorante Piazza Duomo di Alba, tre stelle Michelin, con accanto il “promotion manager” Luciano Tona, già direttore della scuola Alma di Colorno (Pr). La Regione Piemonte, per volontà dell’assessora alla Cultura e al Turismo Antonella Parigi, ha investito in eventi di avvicinamento alla sfida dell’Oval – con dibattiti, cene, degustazioni -, mentre molti cuochi stellati delle patrie cucine hanno risposto all’appello. Così a sostenere la nostra squadra, oltre al coach francese François Poulain (Martino Ruggieri lavora come sous-chef al Pavillon Ledoyen di Parigi, tempio tristellato della nuova cucina francese, guidato da Patrick Alléno) sono arrivati a Torino in massa: i fratelli Cerea di Da Vittorio, Davide Oldani del D’O, Alfio Ghezzi dal Trentino, Marco Sacco dal Lago di Mergozzo, Davide Palluda dall’Enoteca di Canale, Giovanni Santini dal Pescatore di Canneto sull’Oglio (Mn), la pugliese Antonella Ricci, il presidente del Jre Italia, Luca Marchini, e tanti altri. Il gotha della ristorazione nel Buon Paese si è stretto attorno a un timido ragazzo pugliese, sicuro di sé grazie all’esperienza internazionale in un locale d’avanguardia. [foto sotto]

Martino Ruggieri ha voluto presentare piatti sorprendenti. Come ricetta con le verdure ha cucinato il “breakfast nella campagna pugliese”, con erbe e sapori mediterranei, dalla apparente semplicità e presentato ai giurati sotto una provocatoria cloche in piume di gallina, non esattamente consona a un piatto vegetariano. Invece il suo “vassoio” aveva un titolo un po’ alla Bottura, “il vitello che vuole essere tonno”: carne avvolta in uno strato sottile di riso a imitazione della pelle del pesce, con accanto una forma d’uovo realizzata con animelle di vitello. Il tutto presentato su una base costruita manualmente da Ruggieri e dal suo secondo, Curtis Malpas  utilizzando scarti di cucina, a simboleggiare la sostenibilità di una cucina che non spreca, sormontato da un polpo azzurro in ceramica di Albisola. Una costruzione un po’ inquietante, l’opposto della purezza eterea degli altri vassoi concorrenti. Noi giornalisti non abbiamo potuto assaggiare i piatti, naturalmente, ma a detta di Carlo Cracco (forse un giudizio di parte?) quelli italiani erano molto buoni. In effetti hanno avuto un punteggio ottimo, mentre la presentazione è stata stroncata.

La cucina italiana voleva cambiare il Bocuse d’Or, ma è stata castigata. Bisogna arrendersi? Hanno fatto male le istituzioni piemontesi a sostenere la semifinale? Probabilmente no, la visione è quella giusta. E finalmente la voglia di fare squadra, solitamente è propria dei cuochi francesi e spagnoli (quando erano trascinati da un genio come Ferran Adrià), ha contagiato anche noi. Dunque bisogna insistere. Ma forse pensare anche a qualche iniziativa un po’ più “nostrana”, che non sia succube di regole d’oltralpe. Nelle isole da anni si svolgono il Festival del Cous Cous e il Girotonno, in cui si esibiscono cuochi mediterranei, mentre la Barilla organizza ogni anno il Pasta World Cup. Il sogno sarebbe quello di dedicare a un grande della nostra cucina come Gualtiero Marchesi un concorso serio, dedicato alle nostre tradizioni culinarie mediterranee, rivisitate con creatività, ma senza stravolgerle.

[Articolo pubblicato su “Civiltà della Tavola”, luglio 2018, rivista della Accademia Italiana della Cucina]

Addio a Citrico: Beppe Rinaldi, un grande del Barolo

Ha lottato con dignità, ironia, coraggio contro la malattia che ce lo ha portato via. Ma non ce l’ha fatta, a pochi giorni dai suoi settant’anni, lasciandoci un grande vuoto: se ne è andato un grande del Barolo, Beppe Rinaldi. Tutti noi, gli amici da cinquant’anni, lo chiamavamo Citrico. Era un soprannome che gli era rimasto addosso dagli anni dell’Enologica, quando un compagno di classe lo definì uno “acido come l’acido citrico”, per il suo carattere intransigente, forte, mai banale.

Una foto di Beppe Rinaldi che ho scattato al Salone del Gusto nel 2012

Nel mio ultimo libro scritto con Carlo Petrini, “Slow Food, storia di un’utopia possibile”, avevo inserito un ricordo di Citrico sugli anni in cui il padre, Giovanni Battista Rinaldi, sindaco di Barolo di area laica in terra democristiana, uomo tutto d’un pezzo ma aperto al mondo, aveva concesso a quei matti d'”oltre Tanaro” – venire da Bra per un Langhetto è un po’ come giungere dalla Nuova Zelanda – di fondare nel Castello la “Libera e Benemerita Associazione Amici del Barolo”. Mi disse: “Mio padre sognava di poter fare qualcosa insieme a Petrini, ma fu fermato”. Gli feci avere il libro pubblicato da Slow Food Editore, nella nuova edizione del 2017, e quando lo andai a trovare due mesi fa,  mi rimproverò: “Potevi scrivere tante altre cose, dobbiamo riparlarne”. Lui era così, mai un compromesso, mai una frase di maniera. Lunghe pause, parole distillate come il suo grande Barolo che era difficile trovare, perché non avrebbe mai aumentato la produzione delle sue splendide vigne. La sua grande gioia era stata la scelta delle figlie Carlotta e Marta di continuare l’attività della cantina.

Dopo Bartolo Mascarello, suo cugino, e Baldo Cappellano, se ne va così l’ultimo degli “ultimi dei Moihcani” – così si erano descritti in una kermesse sul vino a Torino, in quanto barolisti tradizionali – e Beppe negli ultimi mesi si era di nuovo espresso con forza contro la scelta “scellerata” attuata dal Consorzio del Barolo di estendere ancora la zona di produzione del re dei rossi piemontesi. “Non dobbiamo fare come il Prosecco” aveva gridato, con ragione. Lo avevo cercato e mi aveva dato una piccola gioia, al telefono: “Ho letto il tuo libro sull'”Arte di bere il vino e vivere felici” e mi è piaciuto, sai… pochi fronzoli e un po’ di notizie vere per i giovani”. Non credevo alle mie orecchie, temevo il suo giudizio intransigente…

E’ difficile scrivere su Citrico.

Beppe Rinaldi, ultimo a destra, in una foto degli Anni ’80 con le Gemelle Nete e con Carlo Petrini. Sulla mitica Lambretta.

Con lui abbiamo condiviso tante avventure, ricordi, discussioni, bevute, visite al Castello quando era appena stato comprato dal Comune, assaggi in cantina, camminate tra le vigne davanti alla splendida casa costruita nel 1916 in mattoni rossi. No,  Citrico non si può descrivere. Nel libro “Storie di coraggio” di Oscar Farinetti, scritto con Simona Milvo, l’intervista con Beppe è una delle dodici dedicate ai grandi del vino. E’ da leggere. Ora il coraggio dobbiamo trovarlo noi, per farci una ragione del vuoto che ci lascia. Ha lottato, con a fianco la moglie Annalisa e le figlie Carlotta e Marta, le sue “femmine”. Mi rimane un rammarico: quel libro sulla vera storia del Barolo che avevamo sognato qualche volta di scrivere, non lo potremo fare insieme.