Mangiare con gli occhi non basta

Imperversa la moda di fotografare i piatti, ma la storia dell’arte evidenzia che il cibo veniva ritratto nella sua completezza: lo spiega la storica dell’arte Mariella Carrossino nella sua opera Mangiare con gli occhi

[Articolo di Gigi Padovani pubblicato sul n. 303 della rivista “Civiltà della tavola” dell’Accademia Italiana della Cucina

Gigi Padovani

«Mangia, che si raffredda!». Ci esortavano i nostri genitori. Oggi lo si potrebbe ripetere, nel ristoranti, ai tanti clienti che  fotografano minuziosamente tutti i piatti cucinati da uno chef stellato. La trasmissione MasterChef – con lo showcooking spettacolo – e tutti i siti più o meno #foodporn hanno cambiato (in peggio) il nostro approccio verso il cibo: non è soltanto un piacere per la gola o un’occasione di condivisione sociale, ma sta diventando sempre più un oggetto da “guardare”, più che da “gustare”. Una tendenza che ha condizionato anche i cuochi più famosi, che ormai puntano sulla creatività dell’impiattamento – che fu portato in Italia dal grande Gualtiero Marchesi, prendendolo dalla nouvelle cuisine francese – e a volte trascurano  la ricerca del sapore in favore di un effetto estetico.

Non è certo una moda che ci dovrebbe sorprendere, perché da tempo siamo entrati nella civiltà dell’immagine, nella quale si dimentica spesso la sostanza. Ma non si deve pensare che la rappresentazione del cibo sia una prerogativa di questi ultimi anni. Infatti tutta la storia dell’arte ci mostra cibi e scene conviviali dipinti  nella loro completezza nei quadri di grandi pittori. Non troveremo mai, o quasi mai, il dipinto di un singolo piatto, ma tavole imbandite con prodotti della terra, banchetti regali, “mangiatori” come quello famoso del Carracci intento a gustare una semplice scodella di fagioli.

Secondo Ave Appiano, docente di comunicazione e autrice di Bello da mangiare (Meltemi, 2001), dalle opere dedicate all’alimentazione umana nei secoli nascono delle «sinestesie gustative e olfattive evocate attraverso l’immagine», dunque esattamente il contrario di una solitaria fotografia di un piatto dal titolo evocativo pubblicato sui social per far sapere agli amici di essere stati in quel ristorante famoso. Certo, tra il Cinquecento e il Seicento nella storia dell’arte non sono mancate le nature morte con trionfi di frutta, verdura, perfino di carni sanguinolente d’ogni tipo (oggi forse potrebbe scandalizzare qualche sensibilità vegetariana), ma quasi sempre inserite in una «scena di genere», cioè un mercato, come nota la storica dell’arte Mariella Carrossino nella sua opera Mangiare con gli occhi (Sagep) da poco nelle librerie. Il cibo esibito e venduto, come nel famoso dipinto di Renato Guttuso La Vucciria (1978), dedicato al mercato palermitano, o ne La Fruttivendola (1580) di Vincenzo Campi, diventa così anche un modo per capire la situazione economica e sociale di un’epoca, con rappresentazioni realistiche della vita quotidiana.

Mariella Carrossino ci guida attraverso i secoli con una scelta affatto banale delle opere su cui riflettere, partendo dalla constatazione che il cibo «non è solo sopravvivenze, è anche piacere». Così nasce nel XVI secolo il Senso del Gusto che si esprimerà poi in tanti quadri, come quelli di Jan Bruegel il Vecchio (1618), in cui compare per la prima volta una sorta di attrazione sensuale per il cibo e per il peccato della gola: a volte esaltato, come nel Mangiatore di fagioli o nel meno conosciuto Mangiamaccheroni di Mathias Stomer (1635), a volte condannato con moralismo, come in certi quadri di Hieronymus Bosch (La Gola, 1500-1525).

Si verifica un cambiamento importante tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento: i pittori mutano atteggiamento verso il cibo, seguendo gli insegnamenti di Brillat-Savarin, come dimostra il quadro dedicato senza alcuno spirito di condanna al Gourmand da parte del francese Louis Léopold Boilly (1761-1845), con un uomo “goloso” seduto a tavola con una gran quantità di pietanze. Scrive Carrossino: «Gourmand diventa qui sinonimo di borghese gaudente, piuttosto che di raffinato esteta», seguendo le indicazioni del giureconsulto francese autore della Fisiologia del gusto (1825).

È il momento in cui la borghesia si siede a tavola e si dimenticano i banchetti di sposalizi e battesimi, che pure ci danno tante indicazioni su come fosse la tavola “alla francese” di quei secoli, con le grandi alzate scenografiche in centro tavola e una mise en place individuale molto “povera”: un piatto e un coltello. Così incomincia – ricorda la storica Carorrossino nel suo libro, uno studio davvero “definitivo” sulla materia, riccamente illustrato nel grande formato – la rappresentazione del convito familiare, «uno dei più rappresentati nella pittura». Ecco il famoso Il pranzo (1868) di Claude Monet, La tavola del compleanno (1902) di Fanny Brate, i bambini a tavola della pittrice russa Zinaida Serebyakova (1914), che ritrasse addirittura i suoi figlioletti.

Giustamente il capitolo del libro Mangiare con gli occhi dedicato sulle arti visive contemporanee cita l’avventura futurista con il Manifesto della cucina futurista di Marinetti pubblicato nel 1930 (con una sinestesia dei menu polisensoriali che piacerebbero a Ferran Adrià o Davide Scabin) e le performance di Marina Abramovič intenta a mangiare cipolle (più recentemente), per chiudere con le opere di Andy Wharol con le sue minestre Campbell degli Anni ’60 del Novecento. In quegli anni il cibo industriale perde il suo rapporto con il territorio, con la tradizione, con la storia, attraverso gli hamburger a basso prezzo dei fast food. Non si mangia più con gli occhi, ma badando al tempo e al portafoglio. E allora, con moderazione, magari postiamo sui social anche qualche scatto ai nostri piatti più belli fatta in casa per il pranzo della festa. Anche l’occhio (e il cuore) vuole la sua parte.

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